Negli anni Settanta nei pub di Belfast e nei campus americani risuonavano le stesse melodie: ballate malinconiche, inni di rivolta, canti funebri travestiti da epopea nazionale. Le rebel songs irlandesi hanno esercitato un’influenza enorme non solo sulla cultura dell’isola ma sull’immaginario anglosassone nel suo complesso. “From the glens [le verdi vallate] to the sea, Ireland will be free” e le sue varianti – “From the center to the sea…”, “From the Shannon to the sea…” – costantemente costruite attorno alla medesima idea geografica e sentimentale. La nazione è un corpo ferito che si estende fino al mare; la liberazione è inevitabile, quasi naturale conseguenza della geografia; il sacrificio individuale poesia.
Il ribellismo irlandese ha saputo costruire una mitologia politica potentissima. I suoi protagonisti raramente sono amministratori, costruttori, statisti. Sono martiri. Giovani destinati alla prigione o meglio ancora alla morte cantati come eroi tragici. Da Patrick Pearse ai volontari dell’IRA, il baricentro qui non è la costruzione del futuro ma la morte per l’Irlanda, qualunque cosa significhi concretamente, quasi una variante nazionalistica della testimonianza di fede cattolica fino alle estreme conseguenze, cioè al martirio. Sangue e suolo costituiscono i termini del linguaggio morale di questa forma periferica ma formidabile di tardo romanticismo popolare e populista. La morte assurge a prova di purezza e rende martiri a prescindere dalle motivazioni tutte le vittime, a cui è garantito così l’accesso a una sorta di cattolicissimo Walhalla dei poveri.
Questa estetica politica ha avuto una fortuna immensa nel mondo occidentale. In particolare negli Stati Uniti, dove la diaspora irlandese ha trasformato la causa repubblicana in una componente stabile della cultura popolare. L’IRA, soprattutto durante i Troubles, è stata spesso percepita non come un’organizzazione terroristica ma come un gruppo di “combattenti per la libertà”. Le canzoni, i murales, i funerali militanti, la retorica della resistenza contro un oppressore più forte: tutto ha contribuito a creare la figura dell’eroe romantico che si immola per un ideale. E pazienza se detto eroe piazzava bombe nei pub di Birmingham, a Hyde Park a Londra, nel centro di Belfast o negli hotel di Brighton.
Saldato al ribellismo romantico c’è poi un altro elemento decisivo dell’immaginario radicale irlandese: il vittimismo. La rappresentazione di sé come vittime assolute della storia. Vittime degli inglesi, naturalmente, ma anche del capitalismo, della modernità industriale, della tecnica, del benessere urbano percepito come corruzione della comunità organica di villaggio della Old Irland. Nelle rebel songs la sofferenza non è d’altronde una condizione temporanea: è un’identità ontologica e morale. In parole povere, lo schema della vita, la condizione di base eterna dell’identità. È la parodia di un sillogismo: chi soffre ha ragione, noi abbiamo ragione, quindi noi soffriamo. Chi perde è puro. La sconfitta è una forma di superiorità etica.
Quando, all’inizio degli anni Sessanta, tra i gruppi terroristici arabo-palestinesi compare lo slogan “From the river to the sea, Palestine will be free”, il riferimento è esplicito: il fiume Giordano e il Mediterraneo delimitano uno spazio che apparterrebbe integralmente agli arabi palestinesi. Lo slogan viene rapidamente adottato dall’OLP e, più tardi, fatto proprio e ammantato di significato religioso da Hamas. Dietro la formula c’è l’obiettivo politico chiarissimo della scomparsa dello stato di Israele e della cacciata o dello sterminio degli israeliani.
Il successo dello slogan “From the river to the sea” in Occidente non si spiega solo con l’odio antiebraico, l’islamismo militante, le infiltrazioni e i finanziamenti di Hamas e dei suoi sponsor, il disequilibrio mediatico, la guerra ibrida, il doppio standard ammantato di presunto umanitarismo ipocrita e il malessere antidemocratico che percorre ampi settori di opinione pubblica. L’OLP non guardava alle rebel songs irlandesi. Ma l’opinione pubblica anglofona, soprattutto progressista ma non solo, ne è impregnata da decenni. Ed è qui che scatta il cortocircuito culturale. “From the river to the sea” suona familiare perché riecheggia una lunga tradizione sentimentale occidentale: il popolo oppresso, il martire romantico, la terra rubata, il sacrificio redentore. Ci sono dentro le valli della verde Irlanda almeno tanto quanto il terzomondismo in salsa sovietica, la critica radicale apocalittica alla modernità occidentale, le torsioni dell’umanitarismo ipocrita, e il buon vecchio odio antiebraico.
Lo slogan funziona perché dice qualcosa di noi prima ancora che del Medio Oriente. Parla al bisogno occidentale di identificarsi con la vittima assoluta e con la ribellione estetizzata. Il palestinese evocato nelle manifestazioni che inneggiano alla distruzione di Israele “from the river to the Sea” in Europa e in Nordamerica è una creatura mentale immaginaria. Un feniano con baffi e dinamite, un po’ come il Sean Mallory (James Coburn) di Giù la testa. Eroe tragico e vittima cui tutto è concesso. Inutile ribadire che con il terrorismo palestinese reale questa immagine ha davvero poco a che fare. Non è solo uno strumento usato cinicamente per demonizzare Israele, ma un sedimento presente nel sentire della civiltà occidentale, specie anglosassone e statunitense, che riaffiora e viene declinato in modo nuovo. Non veste più maglioni di lana e simboli celtici ma la kefia. Il passamontagna verde invece può essere riciclato, visto che è anche il colore di Hamas. Come è riciclata la voglia non di costruire ma di distruggere. E di chiamare belle le macerie.

