Combattere Israele fino all’ultimo palestinese, al momento, è risultato una strategia perdente per la Repubblica islamica. La strategia di Teheran della guerra permanente a Israele e agli Usa ha finito con l’impoverire il popolo palestinese, che il regime sosteneva di difendere, con il massacrare la giovane generazione di iraniani e col rafforzare la destra israeliana.
Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Ali Khamenei, allora Guida suprema iraniana, celebrò l’operazione auspicando che «il cancro del regime sionista» fosse sradicato. Tre anni dopo, il bilancio della «resistenza» è devastante: Gaza è in rovina, i vertici di Hamas sono morti, Hezbollah è stato decapitato, Bashar al-Assad è fuggito a Mosca e l’Iran ha affrontato due guerre contro Israele e gli Stati Uniti, perdendo gran parte delle proprie capacità militari e lo stesso Khamenei. Benjamin Netanyahu, invece, è ancora al governo. A pagare il prezzo più alto sono stati i palestinesi: circa 74.000 morti, secondo le stime di Gaza.
Quasi cinquant’anni di campagna contro Israele hanno inflitto più sofferenze a palestinesi, arabi e iraniani che agli israeliani. Essere contro Israele non significa necessariamente essere dalla parte dei palestinesi. Saddam Hussein finanziava le famiglie degli attentatori suicidi;
Muammar Gheddafi espulse migliaia di lavoratori palestinesi dalla Libia per protestare contro gli accordi di Oslo; Bashar al-Assad lasciò morire di fame i palestinesi a Yarmouk. Prima della rivoluzione del 2011 in Siria, Yarmouk era considerata la capitale della diaspora palestinese. Era un posto pieno di vita e di traffici con una popolazione di 160 mila abitanti. Per la maggior parte erano palestinesi cacciati dai territori che erano diventati lo stato di Israele nel 1948, e c’erano anche siriani. Lo slogan di Teheran è sempre stato «Morte a Israele», mai «Viva la Palestina».
Più di dieci anni fa, durante un incontro diplomatico in Liechtenstein, chiesi a un funzionario iraniano perché i miliardi destinati ad armare Hezbollah, Hamas e il Jihad islamico non fossero investiti nella formazione di medici, avvocati e ingegneri palestinesi e libanesi. «Che vantaggio ci avrebbe portato?», rispose. Se fossero diventati professionisti, spiegò, sarebbero forse tornati a Gaza e nel Libano meridionale per combattere Israele? La risposta rivelava la logica del regime: perpetuare il conflitto anziché creare prosperità e mobilità sociale.
L’ostilità tra Iran e Israele non è inevitabile. Prima della rivoluzione del 1979, i due Paesi erano partner. La svolta arrivò con la teocrazia di Ruhollah Khomeini, il cui pensiero era intriso di antisemitismo. Il successore Khamenei proseguì questa linea, sostenendo milizie regionali con decine di miliardi di dollari e promettendo aiuto a chiunque combattesse Israele.
Molti palestinesi hanno contestato la pretesa iraniana di rappresentarli. L’ufficio del presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas accusò Khamenei di voler sacrificare vite palestinesi ai propri obiettivi. Nel maggio 2025, un sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research rilevò che il 54% degli intervistati giudicava dannoso il ruolo iraniano per la causa palestinese, contro il 32% che lo considerava benefico.
Si sostiene spesso che gli attacchi militari contro l’Iran rafforzino gli estremisti del regime. Ma vale anche il contrario: le minacce di Teheran hanno rafforzato la destra israeliana. Quando israeliani e palestinesi hanno cercato un accordo, da Madrid e Oslo a Camp David e Annapolis, l’Iran ha sostenuto gruppi armati determinati a sabotare i negoziati.
Il principale beneficiario politico di questa strategia è stato probabilmente Netanyahu. Nel 1996, gli attentati suicidi di Hamas e del Jihad islamico, sostenuti dall’Iran, contribuirono alla sua prima vittoria elettorale contro Shimon Peres, artefice del processo di pace di Oslo.
Nei tre decenni successivi, le ambizioni nucleari iraniane, il negazionismo dell’Olocausto e le minacce contro Israele hanno offerto a Netanyahu un avversario ideale, alimentando i timori della popolazione e spostando il dibattito dalla questione palestinese alla sicurezza. La paura di Teheran ha inoltre spinto governi arabi a normalizzare i rapporti con Israele senza ottenere garanzie per la creazione di uno Stato palestinese.
Teheran e Netanyahu perseguono obiettivi diversi, ma la politica iraniana ha contribuito a fare di Netanyahu il primo ministro più longevo della storia israeliana, indebolendo proprio l’indipendenza palestinese che dichiarava di difendere.
Le politiche vanno giudicate dai risultati, non dagli slogan. Dopo quasi cinquant’anni di «Morte a Israele», i palestinesi hanno subito perdite immense e l’Iran, ricco di risorse naturali e umane, è sprofondato nel conflitto cronico, nell’isolamento e nella fuga di cervelli. Un governo razionale ne trarrebbe le conseguenze. La dittatura rivoluzionaria di Teheran, invece, sembra intenzionata a perseverare nella stessa strategia.
Possiamo dire che per Teheran l’ostilità verso l’America non è una merce di scambio; è il fondamento dell’identità del regime e del suo senso di legittimità. Qualsiasi accordo che imponga di abbandonarla rappresenta una minaccia esistenziale maggiore della guerra. È questo che fa dire a Teheran che sta vincendo la guerra. In Occidente sembra diffondersi tale propaganda del regime perché nessuno ha simpatia per Trump, ma in verità per il regime iraniano vincere vuol dire continuare ad esistere, a restare al timone. Vincere per gli ayatollah e i pasdaran significa non essere crollati, significa resistere. Nella dottrina strategica fondante della Repubblica islamica la pace con Washington, Israele e l’Occidente non è prevista. Inoltre, la politica estera iraniana ha due pilastri fondamentali a cui non può rinunciare: nucleare e guerra all’occidente. La sua è una necessità di sicurezza ontologica.

