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Iran, il capo terrorista dava ordini dal carcere

Accusato di aver organizzato attentati contro obiettivi ebraici in Europa, Mohammad Baqer al-Saadi avrebbe diretto i suoi uomini anche dopo l’arresto

Shira Navon

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Iran, il capo terrorista dava ordini dal carcere

Mohammad Baqer al-Saadi, il cittadino iracheno accusato dagli Stati Uniti di aver coordinato una rete terroristica responsabile di attacchi contro obiettivi ebraici e israeliani in Europa, avrebbe continuato a impartire istruzioni ai suoi collaboratori anche dopo essere finito in carcere. È quanto sostengono gli investigatori americani, secondo i quali il trentaduenne, arrestato in Turchia lo scorso maggio ed estradato negli Stati Uniti, avrebbe utilizzato le conversazioni telefoniche con i familiari per mantenere i contatti con la propria organizzazione. Al-Saadi deve rispondere di otto capi d’accusa legati al terrorismo. Gli inquirenti lo considerano una figura di primo piano di Harakat Ashab al-Yamin al-Islamia, un’organizzazione sospettata di operare nell’orbita dei Guardiani della rivoluzione iraniani e collegata a una ventina di attacchi compiuti in Europa nell’arco di meno di tre mesi. Particolarmente inquietante è il quadro emerso nel Regno Unito, dove durante la primavera sono stati presi di mira luoghi e servizi della comunità ebraica. Tra gli episodi attribuiti alla rete figurano incendi dolosi contro ambulanze di organizzazioni ebraiche, aggressioni e un progetto di attacco con droni contro l’ambasciata israeliana. Gli investigatori americani sospettano inoltre che al-Saadi abbia progettato attentati contro fedeli ebrei nelle sinagoghe degli Stati Uniti. Le intercettazioni effettuate durante la detenzione hanno alimentato ulteriormente i timori dell’FBI. In una conversazione di luglio, l’imputato avrebbe chiesto informazioni su un esponente di Kataib Hezbollah, milizia sciita irachena sostenuta da Teheran, discutendo della possibilità di trovare «lavoro» ad altre persone. Secondo gli investigatori, quel termine sarebbe stato utilizzato come parola in codice per indicare incarichi operativi. In altre telefonate al-Saadi avrebbe disposto trasferimenti di denaro per un valore complessivo superiore al milione di dollari, destinati a persone la cui identità rimane sconosciuta. Una conversazione, nella quale si faceva riferimento a una pistola e alla necessità di consegnare denaro, sarebbe stata interrotta direttamente dagli agenti federali. L’imputato avrebbe inoltre conservato una certa influenza attraverso i social network. Un video ricavato da una sua conversazione con una donna, ritenuta sua madre, è stato diffuso da account vicini alla propaganda iraniana, raggiungendo oltre 96 mila visualizzazioni. I suoi avvocati respingono le interpretazioni dell’accusa, sostenendo che le conversazioni siano state fraintese e che i familiari intendessero denunciare pubblicamente le condizioni della sua detenzione. La difesa contesta anche il regime di isolamento imposto dalle autorità americane, ritenendolo contrario ai diritti costituzionali dell’imputato. Il caso si inserisce in un contesto di crescente preoccupazione per le operazioni clandestine iraniane in territorio europeo. Il direttore dell’MI5 britannico, Ken McCallum, ha recentemente ribadito che Teheran continua a servirsi di intermediari e organizzazioni affiliate per minacciare oppositori del regime e colpire interessi israeliani. L’eventualità che la rete di al-Saadi sia rimasta operativa dopo il suo arresto pone un problema ulteriore alle autorità occidentali. Anche qualora venisse dimostrata la responsabilità dell’imputato, resterebbe da individuare chi abbia assunto il controllo delle cellule ancora attive. È su questo terreno che si misurerà l’efficacia delle indagini, mentre il processo è atteso per la prossima estate.