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In camicia bianca contro i terroristi di Hamas

Tre giovani soldati della Givati uscirono dalla preghiera di Simchat Torah e si trovarono davanti quindici terroristi. A Sderot combatterono con trenta proiettili e salvarono civili

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
In camicia bianca contro i terroristi di Hamas
Iimmagine generata con AI

Avevano vent’anni, le camicie bianche dello Shabbat addosso, i fucili che per poco non avevano lasciato in caserma e una trentina di proiettili ciascuno. La mattina del 7 ottobre 2023 tre giovani soldati della Brigata Givati entrarono nella yeshiva Afikei Da’at di Sderot per celebrare Simchat Torah. Pochi minuti dopo erano in strada a combattere contro un gruppo di terroristi di Hamas.

A tre anni dal massacro, il tenente B., il tenente Matan e il sergente maggiore della riserva Nehorai sono tornati con Ynet nei luoghi di quella battaglia. Nel marzo 2023 si erano arruolati nel percorso hesder, che alterna lo studio religioso al servizio nell’IDF, ed erano a sole tre settimane dalla conclusione dell’addestramento nella Givati. Prima di andare in licenza avevano chiesto al comandante di poter lasciare i fucili alla base. Volevano ballare e festeggiare Simchat Torah senza le armi a tracolla. Il comandante aveva rifiutato. Bastava, aveva detto, «la possibilità, anche minima, di incontrare un terrorista».

Alle 6.29 cominciarono le sirene. A Sderot gli allarmi facevano parte da anni della vita quotidiana e inizialmente i tre ragazzi non si preoccuparono. Poi videro dal cielo una quantità di razzi mai osservata prima. Mentre tenevano i fucili pronti, un uomo entrò nella sinagoga gridando che fuori si sparava. Corsero in strada.

Percorsi circa duecento metri, si trovarono davanti una quindicina di uomini armati. Un pickup carico di terroristi era fermo nei pressi della stazione di polizia, uno degli epicentri dell’assalto alla città. «Quando abbiamo aperto il fuoco, per un attimo mi sembrava ancora di essere al poligono durante l’addestramento», ha raccontato Nehorai. La dimensione di quanto stava accadendo sarebbe diventata chiara soltanto nelle ore successive. Fino ad allora pensavano di essersi imbattuti in un commando isolato.

Sderot era invece sotto attacco. Decine di uomini di Hamas erano entrati in città e la stazione di polizia era stata presa d’assalto. Intorno all’edificio si combatté per ore; gli agenti rimasti intrappolati continuarono a resistere mentre altre unità cercavano di raggiungerli. Alla fine fu deciso di demolire la stazione per eliminare gli ultimi terroristi barricati all’interno.
Per i tre ragazzi la battaglia continuò altrove. Si divisero, aiutarono famiglie a uscire dalle abitazioni colpite dai mortai, indicarono a soldati e poliziotti le strade della città, spinsero i civili a rientrare nelle case. B. ricorda un uomo della yeshiva arrivato da lui piangendo: la moglie e il figlio piccolo erano nella zona del mercato, dove erano stati segnalati terroristi. B. corse con lui verso casa, poi si ritrovò solo, con il fucile in mano, mentre intorno vedeva feriti e cadaveri.

Quando i tre tornarono alla yeshiva, circa venti uomini armati proteggevano 250 persone. Il giorno seguente raggiunsero la loro unità e poco dopo si prepararono all’ingresso nella Striscia di Gaza. La guerra che per loro era cominciata in abiti da festa sarebbe diventata la loro vita per i mesi e gli anni successivi.

Matan è diventato comandante e ha formato altri soldati. B. ha comandato un plotone operativo nel battaglione Shaked. Nehorai, oggi riservista, ha combattuto fino all’ultima operazione della sua unità a Gaza, durante la quale quattro suoi compagni sono rimasti feriti dall’esplosione di un ordigno. La scelta di proseguire nel comando, raccontano, è stata segnata da quella mattina e dagli amici che nel frattempo hanno perso.

Resta un breve filmato girato da uno sconosciuto. Mostra Matan e Nehorai accovacciati sull’asfalto, i fucili puntati verso il pickup dei terroristi. Rivedendolo oggi, Nehorai riesce a ricostruire particolari che allora l’adrenalina aveva cancellato, chi era stato colpito, dove correva un poliziotto, la direzione da cui arrivavano gli spari.

È una manciata di secondi dentro l’immensità del 7 ottobre. Tre ragazzi usciti dalla preghiera convinti di avere davanti un solo pickup e quindici terroristi, mentre intorno a loro stava cominciando una guerra. La sera precedente avrebbero preferito lasciare i fucili in caserma. Un comandante aveva detto di no.