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Le donne che fermarono il 7 ottobre

Dalla soldatessa che individuò i terroristi alla madre che fuggì verso i campi con le figlie, sei storie di coraggio nelle ore più buie di Israele

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Le donne che fermarono il 7 ottobre
Iimmagine generata con AI

Quando i terroristi di Hamas sfondarono il confine la mattina del 7 ottobre 2023, Israele scoprì in poche ore la profondità della propria vulnerabilità. Mentre intere comunità aspettavano soccorsi che tardavano ad arrivare, alcune donne si trovarono davanti a una scelta che, in realtà, scelta non era. Agire, resistere, salvare chi avevano accanto. Sei di loro raccontarono mesi dopo a Ynet ciò che avevano fatto quel giorno.

Isabella Sanger aveva 22 anni ed era una soldatessa addetta alla sorveglianza nel settore di Gaza. Quello avrebbe dovuto essere il suo ultimo sabato di servizio regolare. All’alba, sotto una pioggia di razzi, raggiunse la sala operativa dell’avamposto di Yiftah, vicino a Zikim. Gran parte dei sistemi di osservazione e tiro a distanza era stata messa fuori uso. Sanger riuscì a utilizzare ciò che ancora funzionava, trasmettendo le coordinate alle forze israeliane e colpendo un gruppo di terroristi che cercava di ripiegare verso Gaza. Le successive indagini dell’IDF hanno confermato il ruolo decisivo svolto dalle vedette di Yiftah in quelle ore.

A Nir Oz, Bat Sheva Yahalomi era chiusa nel rifugio con la famiglia quando i terroristi entrarono in casa. Suo marito Ohad venne ferito. Lei e le due figlie furono caricate su una motocicletta, mentre il figlio Eitan veniva portato via separatamente. Durante il tragitto verso Gaza la moto con Bat Sheva e le bambine cadde. Lei comprese che quella poteva essere l’unica occasione. Afferrò le figlie e corse nei campi, riuscendo a salvarle. Eitan fu rapito e liberato dopo 52 giorni di prigionia. Ohad sarebbe tornato in Israele soltanto molto più tardi.

A Yated, vicino al confine egiziano, Nasreen Yousef si trovò invece davanti ad alcuni terroristi catturati nei pressi della sua abitazione. Druza, madre di quattro figli e perfettamente arabofona, cercò di ottenere informazioni sui gruppi entrati nella zona. Il suo intervento è diventato uno degli episodi più conosciuti di quella giornata, anche se le successive indagini militari hanno precisato che alcuni dettagli del racconto originario non hanno potuto essere verificati. Un dato resta certo: Yated riuscì a respingere gli assalti senza vittime tra gli abitanti.

Nel kibbutz Kissufim, Maayan Hendler rimase per ore nel rifugio con due dei suoi quattro figli, tenendo stretta la maniglia della porta mentre i terroristi devastavano la casa. Quando la figlia, assetata, non riuscì più a resistere, uscì per prendere dell’acqua. Durante quei pochi metri vennero sparati colpi contro di lei. Tornò nel rifugio. I soldati arrivarono soltanto nel tardo pomeriggio.

Giti Beer scelse invece di andare incontro ai feriti. Paramedica e volontaria di United Hatzalah, partì verso il sud insieme a due generi a bordo delle ambulanze. Sulle strade incontrò automobili abbandonate, cadaveri, feriti. Continuò a prestare soccorso fino a tarda notte, passando da un’ambulanza all’altra mentre intorno proseguivano i combattimenti.

A Ofakim, infine, l’ufficiale di polizia Moran Tedgi lasciò la famiglia nel rifugio e uscì di casa. Raggiunse i colleghi impegnati contro i terroristi e partecipò alle operazioni nelle strade dove erano stati presi ostaggi. A un certo punto, consapevole della possibilità di morire, telefonò ai figli per salutarli. Continuò a combattere e a coordinare le operazioni per ore.

Sono vicende diversissime. Una soldatessa, una poliziotta, una paramedica, madri che fino a pochi minuti prima stavano vivendo un sabato di festa. Il 7 ottobre le trasformò in protagoniste di una resistenza improvvisata, spesso condotta nell’attesa interminabile dell’arrivo delle forze regolari.

A quasi tre anni di distanza, mentre Israele continua a discutere le responsabilità politiche e militari della catastrofe, queste storie appartengono ormai a un altro livello della memoria del 7 ottobre. Raccontano che, nel momento in cui lo Stato sembrò scomparire da molti luoghi del sud, la sopravvivenza dipese anche da persone comuni costrette a prendere in pochi secondi decisioni dalle quali dipendevano vite umane. E molte di quelle persone erano donne.