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Leon Bar, l’uomo che andò incontro all’inferno

Il 7 ottobre caricò sulla sua auto decine di feriti e li portò in salvo. Il giorno dopo tornò a cercare chi poteva avere ancora bisogno di lui e venne ucciso

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 3 min
Leon Bar, l’uomo che andò incontro all’inferno
Iimmagine generata con AI

Leon Bar aveva 53 anni e nessuno lo aveva chiamato. È forse da qui che bisogna cominciare per raccontare la sua storia. La mattina del 7 ottobre 2023, mentre dal sud arrivavano notizie ancora confuse di razzi, terroristi, morti e feriti, il colonnello della riserva Leon Bar indossò l’uniforme, prese il casco, salì sulla propria automobile e partì da Gedera. Nessun ordine di mobilitazione, nessun richiamo. Semplicemente andò dove capì che c’era bisogno di lui.

Era nato a Kiryat Gat nel 1970. Aveva trascorso 26 anni nelle Forze di difesa israeliane, soprattutto nei paracadutisti, combattendo anche nel Libano meridionale. Aveva comandato uomini e reparti, fino a raggiungere il grado di colonnello. Il servizio gli aveva lasciato due ginocchia malandate e problemi all’udito. Congedato dall’esercito, lavorava nel settore immobiliare e viveva a Gedera con la moglie Einat e i tre figli Omer, Niv e Ido. Una vita civile, finalmente. Quel sabato mattina durò pochissimo.

Dalle nove del mattino cominciò a raccogliere feriti. Li caricava sulla sua macchina e correva verso gli ospedali, Barzilai, Soroka, Kaplan. Poi arrivarono le prime notizie sulla carneficina al festival Nova. Leon cambiò direzione e si spinse verso Re’im ed entrò nell’inferno.

Cercava ragazzi nascosti nei cespugli, feriti, terrorizzati, incapaci di capire dove andare. Li stipava nell’automobile, sui sedili e nel bagagliaio, e li portava fuori dalla zona dei massacri. Poi tornava indietro. E ancora. Sua moglie ha raccontato che una volta ne aveva caricati una decina tutti insieme. Durante uno dei viaggi Leon la chiamò in video e scherzò con quei ragazzi, forse per regalare loro per qualche minuto l’illusione che il mondo fosse ancora normale. Secondo il presidente dello Stato, attraverso quei viaggi riuscì a portare in salvo circa sessanta persone.

Continuò per ore. La sera Einat riuscì finalmente a convincerlo a tornare. Leon arrivò a casa, però aveva già deciso che l’indomani sarebbe ripartito. Diceva che potevano esserci ancora feriti là fuori. Suo figlio Omer, giovane ufficiale dei paracadutisti appena congedato, capì che fermarlo era impossibile e decise di accompagnarlo. «Se almeno vado con lui, posso proteggerlo», avrebbe raccontato.

L’8 ottobre padre e figlio tornarono sulla Route 232. Feriti ormai ne incontravano pochi. Incontravano i morti. Segnalavano le posizioni dei corpi agli uomini di ZAKA, percorrevano strade che poche ore prima erano state trasformate in luoghi di esecuzione. Quando pensarono di avere fatto tutto ciò che potevano, presero la strada di casa.

Poi videro una macchina della polizia crivellata di colpi vicino alla curva di Mefalsim, nella zona del memoriale della Freccia Nera. Leon avrebbe potuto continuare. Si fermò. Voleva controllare che dentro non ci fosse qualcuno ancora vivo, qualcuno che avesse bisogno di essere tirato fuori. Leon e Omer scesero dall’auto. Un terrorista appostato nella zona aprì il fuoco. Omer fu colpito alle gambe e riuscì, ferito, a raggiungere dei riservisti e a chiedere aiuto. Leon venne colpito mortalmente. Aveva 53 anni.

Dopo la sua morte, a Leon e Omer Bar è stato conferito l’«Attestato del Presidente dello Stato d’Israele per l’eroismo civile». È un riconoscimento solenne. Eppure la misura di ciò che fece Leon sta forse in qualcosa di molto più semplice. Poteva restare a casa. Poteva dire di avere già dato 26 anni della propria vita all’esercito. Poteva aspettare ordini. Il 7 ottobre salì invece sulla sua automobile e guidò verso il luogo dal quale migliaia di persone cercavano disperatamente di fuggire. Il giorno dopo ci tornò. Alla fine morì per la stessa ragione per cui era partito: aveva visto un’automobile ferma e pensava che dentro potesse esserci qualcuno da salvare. Questo, qualche volta, è un eroe.