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Elhanan Kalmanson, sedici ore per salvare Be’eri

Il 7 ottobre disobbedì all’ordine che lo mandava altrove e corse verso il massacro. Con il fratello e il nipote salvò circa cento persone prima di essere ucciso

Camilla Parisi

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Elhanan Kalmanson, sedici ore per salvare Be’eri
Iimmagine generata con AI

Alle sette del mattino del 7 ottobre, come tutti gli israeliani, il maggiore Elhanan Kalmanson ricevette le prime notizie sull’attacco che stava avvenendo al sud d’Israele. Poco dopo gli arrivò un ordine di mobilitazione d’emergenza per la Divisione di Giudea e Samaria, dove prestava servizio. Ma Elhanan aveva capito prima di chiunque altro che si trattava di un attacco senza precedenti e decise di non seguire i comandi. Dopo essersi assicurato che Otniel, la comunità della Cisgiordania dove viveva con la moglie e i suoi cinque figli, fosse al sicuro, preparò l’equipaggiamento e scrisse al fratello Menachem: «Parto per il sud».

I due fratelli salirono in macchina e raggiunsero il kibbutz Be’eri. A Be’eri trovarono case in fiamme, residenti barricati nelle loro abitazioni e terroristi ancora presenti nell’area. Elhanan capì subito che non era il momento di combattere: bisognava entrare nelle case e portare fuori i civili. Trovarono una jeep blindata, progettata per quattro combattenti, e cominciarono a utilizzarla per le operazioni di soccorso. All’inizio agirono seguendo le indicazioni degli abitanti: una casa che andava a fuoco, una famiglia intrappolata, qualcuno che aveva bisogno di essere portato via. Poi, con il passare delle ore, iniziarono a organizzarsi in maniera più sistematica. Cominciarono a compilare elenchi, segnando chi era stato evacuato e chi doveva ancora essere raggiunto.

Verso le undici di sera si unì a loro il nipote, Itiel Zohar. Per sedici ore e mezza, la squadra continuò a entrare nelle case di Be’eri. Circa cento residenti furono portati in salvo. All’alba di domenica 8 ottobre, Elhanan entrò per primo in una casa, ma all’interno si era nascosto un terrorista che gli sparò. Elhanan fu ucciso.

La sua storia è diventata uno dei simboli della risposta civile israeliana alle ore più drammatiche del 7 ottobre. La squadra che aveva contribuito a creare fu chiamata dagli abitanti di Be’eri «Game Changer»: quelli che avevano cambiato il gioco, arrivando quando ancora non esisteva un’operazione organizzata per mettere in salvo le persone. Ma il punto più significativo della vicenda di Elhanan è forse proprio l’inizio. Mentre l’attacco era appena iniziato e le informazioni erano frammentarie, ricevette un ordine che lo indirizzava altrove. Dopo aver messo in sicurezza la propria comunità, il suo istinto lo spinse a mettersi in viaggio per salvare persone che non conosceva.

Elhanan non è stato l’unico: il 7 ottobre è pieno di storie di uomini e donne che, nelle prime ore dell’attacco, non aspettarono un ordine per intervenire. Soldati, riservisti, membri delle squadre di sicurezza locali e semplici cittadini si mossero spontaneamente verso le zone colpite, cercando di proteggere e soccorrere chi era rimasto intrappolato. Per la sua azione, Elhanan ha ricevuto postumo il Premio israeliano per l’eroismo civile.