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Silvia Cunio, 738 giorni ad aspettare due figli

Otto familiari rapiti il 7 ottobre, due figli rimasti a Gaza per 738 giorni. La storia di una madre che ha attraversato due anni senza sapere se David e Ariel fossero ancora vivi

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 4 min
Silvia Cunio, 738 giorni ad aspettare due figli
Iimmagine generata con AI

La sera del 6 ottobre 2023, a casa Cunio c’erano palloncini e una torta. Silvia aveva intorno i suoi quattro figli, Lucas, David, Eitan e Ariel, con le loro famiglie. Festeggiavano il compleanno di uno dei nipoti. Poche ore dopo, otto persone di quella famiglia sarebbero state trascinate a Gaza.

Silvia Cunio  viveva a Nir Oz, il kibbutz a ridosso della Striscia che la mattina del 7 ottobre venne travolto dall’attacco di Hamas. Era arrivata in Israele dall’Argentina con il marito Luis alla fine degli anni Ottanta. Lì avevano cresciuto i loro quattro figli, costruendo una vita dentro quella piccola comunità dove le case, i campi, le amicizie e le famiglie finivano quasi per confondersi.

Alle 6.29 cominciarono le sirene. Poco dopo Silvia vide tre uomini aggirarsi intorno all’automobile di suo figlio. Lei e Luis si chiusero nel mamad, la stanza protetta. Il marito tenne la maniglia della porta per ore mentre i terroristi cercavano ripetutamente di entrare. Silvia comunicava su WhatsApp con Ariel. Non parlavano per paura di essere sentiti. Scrivevano. Alle 8.28 arrivò l’ultimo messaggio. Poi il silenzio.

Il 7 ottobre la famiglia Cunio fu fatta a pezzi, sbriciolata. David venne rapito con la moglie Sharon e le gemelle Emma e Yuli, che avevano tre anni. Furono sequestrate anche Danielle Aloni, sorella di Sharon, e sua figlia Emilia. Ariel venne portato a Gaza insieme alla compagna Arbel Yehoud. Otto membri della stessa famiglia finirono nelle mani dei rapitori.
David aveva tentato di salvare la moglie e le bambine dalla casa incendiata. Durante il rapimento una delle gemelle venne separata dagli altri e per dieci giorni rimase senza i genitori. A Gaza i familiari cercarono disperatamente di capire dove fosse finita. Riuscirono a riconoscerla attraverso un particolare apparentemente insignificante, il soprannome arabo che le era stato dato, «Nusa», metà, perché aveva una sorella gemella. Silvia avrebbe detto in seguito che sembravano storie della Shoah. Nel novembre 2023 una parte della famiglia tornò. Sharon, le gemelle, Danielle ed Emilia furono liberate. David rimase a Gaza. Anche Ariel rimase prigioniero. Arbel sarebbe stata liberata soltanto nel gennaio 2025.

Per Silvia cominciò allora una forma di vita quasi impossibile da spiegare a chi non l’ha attraversata. Mangiare sapendo che tuo figlio forse non mangia. Bere mentre lui deve chiedere il permesso per avere dell’acqua. Dormire in un letto chiedendosi dove dorma lui. E soprattutto svegliarsi ogni mattina senza sapere se entrambi siano ancora vivi. David e Ariel rimasero prigionieri per 738 giorni.

Per quasi due anni Silvia portò i loro nomi ovunque potesse. Parlò, incontrò persone, partecipò alla battaglia pubblica delle famiglie degli ostaggi. Nell’agosto 2025 era a Ginevra, davanti alla sede europea delle Nazioni Unite, con le fotografie dei due figli. La donna che prima del 7 ottobre si descriveva come riservata aveva imparato a parlare ad alta voce.

Il 13 ottobre 2025 David e Ariel tornarono in Israele. Silvia li rivide dopo 738 giorni. Aveva preparato per loro delle empanadas, quasi che un sapore dell’infanzia potesse ricucire almeno per un istante il tempo perduto. Davanti a lei c’erano però due uomini diversi da quelli che aveva salutato nell’ottobre 2023. Ariel era magrissimo, ripiegato su se stesso, con dolori alla schiena. Silvia decise di non chiedere loro nulla. Se avessero voluto raccontare, lei li avrebbe ascoltati, altrimenti avrebbe aspettato anche quello. Del resto aveva imparato quanto può pesare un’attesa.

Dice che nelle loro pupille vede ancora la tristezza. «Gli occhi non mentono». Oggi, quando prova a spiegare che cosa l’abbia tenuta in piedi, Silvia parla di ottimismo. Può sembrare una parola troppo piccola dopo ciò che è accaduto alla sua famiglia. Per lei significa qualcosa di molto concreto: alzarsi, vestirsi, uscire di casa, continuare a credere che i figli torneranno quando nessuno può assicurarti che accadrà. Per 738 mattine Silvia Cunio lo ha fatto. Poi, una mattina, David e Ariel sono tornati.