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Il 7 ottobre di Hamid non è mai finito

Nato a Gaza e cresciuto a Rafah, vide Hamas uccidere sua moglie incinta. Salvò alcuni soldati israeliani da un’imboscata e oggi cresce da solo nove figli

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 4 min
Il 7 ottobre di Hamid non è mai finito

Per Hamid Abu Arar il 7 ottobre 2023 non è mai finito. Sua moglie Fatma fu uccisa davanti ai suoi occhi dai terroristi di Hamas, lui e il figlio Elias, che aveva appena sei mesi, furono feriti. Tre anni dopo Hamid cresce da solo nove figli e torna continuamente nel luogo in cui la sua vita si è spezzata. Si siede, fuma e parla con Fatma. Le racconta dei bambini. «La mia anima è lì», dice.

Quella mattina Hamid stava andando al lavoro nei campi insieme alla moglie, incinta di quattro mesi, e al piccolo Elias. Quando i terroristi penetrati da Gaza aprirono il fuoco, Fatma morì. Padre e figlio, entrambi feriti, riuscirono a nascondersi per ore. Hamid conosceva perfettamente l’arabo e poteva sentire gli uomini di Hamas parlare tra loro e preparare gli attacchi.

A un certo punto si accorse che stavano organizzando un’imboscata contro un reparto dell’esercito israeliano in avvicinamento. Il telefono, utilizzato per ore per trasmettere informazioni alle forze di sicurezza, si era ormai scaricato. Hamid capì che doveva uscire allo scoperto. Si tolse la camicia perché i soldati non lo scambiassero per un terrorista e andò loro incontro. Un militare sparò nella sua direzione e undici schegge lo colpirono alla schiena, finché un ufficiale gridò di cessare il fuoco. Hamid riuscì ad avvertirli: gli uomini di Hamas stavano aspettando che arrivassero a pochi metri per colpirli.

Da quel momento è cominciata un’altra battaglia. Elias oggi ha tre anni ed è seguito da uno psichiatra infantile. Quando aveva circa due anni era diventato aggressivo, si svegliava con tremori. Qualche mese fa si è avvicinato al padre dicendo di avere «un fucile grande». Poi ha pronunciato due parole: «mamma, sangue». Hamid lo ha abbracciato, lo ha portato al cimitero e insieme hanno lavato la tomba di Fatma. Quella notte il bambino ha dormito.

La storia di Hamid ha anche un significato che rende il 7 ottobre ancora più difficile da rinchiudere nelle semplificazioni ideologiche. È nato a Gaza, è cresciuto a Rafah, è musulmano e proviene da una famiglia religiosa. Fatma era musulmana, portava il velo e nell’auto della famiglia c’era un Corano. Secondo Hamid, l’uomo che le sparò aveva capito perfettamente di avere davanti una donna araba e musulmana.

«Quello che è successo il 7 ottobre non appartiene alla religione», dice. Hamid conosce bene il Corano e respinge qualsiasi giustificazione religiosa del massacro. Racconta inoltre di avere lasciato Gaza nel 1995 e di esserci tornato anni dopo, quando Hamas aveva ormai preso il potere. Doveva fermarsi tre giorni e ripartì prima che ne trascorressero sei ore: «Questa non è la Gaza che conosco. Mi sembrava di essere in Iran, a Teheran». Allo stesso tempo continua a ripetere che identificare tutti gli abitanti di Gaza con Hamas sarebbe un errore e ricorda l’esistenza di palestinesi contrari all’organizzazione.

Dopo il massacro Israele gli ha concesso la residenza permanente e la carta d’identità israeliana come riconoscimento per ciò che fece quel giorno. Da allora, però, Hamid non è più tornato al lavoro. La sua vita sono i nove figli, sette femmine e due maschi, la più grande dei quali ha appena undici anni. Li accompagna, li segue negli studi, paga insegnanti perché possano continuare a imparare. Era il progetto costruito insieme a Fatma e oggi è diventato una promessa.

Anche Hamid è in cura e racconta di assumere cinque diversi farmaci per riuscire ad affrontare le giornate. Ogni settimana o dieci giorni ritorna nell’area dove Fatma fu assassinata. Può restarci per ore.

Parenti e cognati gli dicono che dovrebbe rifarsi una vita, forse risposarsi. Ci ha persino provato. Poi ha capito di non riuscirci. Quando è solo cerca qualche difetto di Fatma, un ricordo meno perfetto che renda la perdita più sopportabile. Non lo trova.

L’unica felicità che riesce ancora a immaginare passa attraverso i figli. Vuole vederli crescere e studiare, portare fino in fondo il progetto cominciato con la donna che amava. Tre anni dopo, per Hamid il tempo continua a misurarsi da quella mattina. Tutto ciò che viene dopo parte ancora da lì.