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La libertà di non tacere

Tre anni dopo il 7 ottobre sappiamo ancora meglio perché siamo nati. In un tempo avvelenato dall’antisemitismo, scegliere da che parte stare è diventato un dovere quotidiano

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
La libertà di non tacere
Iimmagine generata con AI

Setteottobre è nato da un giorno preciso.

Da un sabato di ottobre nel quale abbiamo visto accadere qualcosa che molti di noi credevano appartenesse ai libri di storia. Ebrei assassinati perché ebrei. Famiglie sterminate nelle loro case. Ragazzi braccati e uccisi. Donne violentate. Uomini, donne, bambini trascinati come ostaggi dentro Gaza. E intorno, quasi immediatamente, qualcosa che forse ci ha sorpreso ancora di più: l’incapacità di una parte enorme del mondo di guardare quell’orrore e chiamarlo con il suo nome.

Sono passati tre anni.

In questi tre anni abbiamo capito che il 7 ottobre non era soltanto una data. È stato anche uno squarcio attraverso il quale è venuto alla luce qualcosa che esisteva già, ben nascosto sotto la superficie rispettabile delle nostre società.

L’antisemitismo è tornato nelle piazze, nelle università, nei giornali, nei social network, nei teatri, nei festival, nelle istituzioni culturali. Talvolta urla. Più spesso adopera un linguaggio apparentemente presentabile dicendosi ‘antisionista’ e fingendo di non capire che esserlo e rivendicarlo significa volere la distruzione di Israele. E si traveste da militanza, da umanitarismo, perfino da virtù. Ma è dentro questo temo che siamo nati.

Setteottobre è un’associazione, un magazine, una piccola casa editrice. Organizziamo incontri, pubblichiamo libri, scriviamo ogni giorno, discutiamo, polemizziamo, traduciamo, cerchiamo documenti, ricostruiamo fatti, smontiamo menzogne. Sono strumenti modesti e siamo perfettamente consapevoli che non sarà un articolo a fermare un corteo antisemita, che non sarà un libro a modificare la politica europea, che non sarà una conferenza a far rinsavire un’università nella quale gli ebrei devono tornare a chiedersi se sia prudente mostrare una Stella di David. Non siamo così ingenui. Sappiamo però anche un’altra cosa, e cioè che tacere non è un’opzione.

Ogni giorno arriva una conferma. La politica mostra troppo spesso la propria impotenza, quando non indulge nell’ambiguità o nella complicità. Una parte consistente del sistema culturale sembra aver scoperto con entusiasmo di poter finalmente pronunciare ciò che per decenni aveva tenuto in gola. Una parte del mondo dell’informazione ha smarrito perfino l’elementare distinzione tra verificare un fatto e rilanciare una propaganda. E anche dai vertici della Chiesa cattolica arrivano parole, gesti e silenzi che ci inquietano profondamente. Abbiamo visto sacerdoti marciare per Gaza mentre scomparivano dal loro orizzonte le vittime israeliane, ma anche quelle cristiane massacrate dai terroristi islamici; abbiamo ascoltato slogan come «Cristo è nato a Gaza», cortocircuito teologico e storico nel quale riaffiorano immagini che pensavamo consumate dai secoli. Ma è questo l’ambiente nel quale viviamo e non possiamo sceglierne un altro. Ciò che possiamo fare è scegliere che cosa farne, come starci, come reagire.

Possiamo continuare a documentare, ricordare, discutere. Possiamo difendere Israele quando viene trasformato nell’ebreo fra le nazioni, caricato di una colpa diversa da qualunque altra colpa e sottoposto a criteri che non vengono applicati a nessun altro Stato. Possiamo denunciare l’antisemitismo anche quando cambia abito e diventa socialmente elegante. Possiamo dare spazio a chi rifiuta il conformismo. Possiamo pubblicare libri che altrimenti faticherebbero a trovare una casa. Possiamo soprattutto continuare a chiamare le cose con il loro nome. E’ poco.

Forse, davanti alla dimensione di ciò che sta accadendo, è pochissimo. Ma è la nostra parte, il nostro compito.
Il 7 ottobre ci ha anche messo di fronte questo obbligo morale: difendere alcuni principi elementari dell’essere umano quando diventano scomodi da difendere. La dignità della persona. La verità dei fatti. Il diritto degli ebrei a vivere senza nascondersi. Il diritto di Israele a esistere e a difendersi. Il rifiuto dell’odio, anche quando l’odio si presenta con le credenziali delle buone intenzioni.

Tre anni dopo sappiamo perché continuiamo. Perché possiamo decidere come stare dentro questo tempo appestato. Possiamo scegliere le parole, le battaglie, i libri, le persone con cui camminare. Possiamo scegliere di esserci. La nostra responsabilità ci rende liberi e la nostra libertà ci rende responsabili.