Scrivo da cittadino italiano profondamente amareggiato e indignato per l’indegno spettacolo offerto da una parte di quei “democratici antifascisti” da salotto impegnato che, nei fatti, hanno dimostrato un’intolleranza inquietante.
Una signora ebrea, presente al corteo e visibilmente scioccata, ha segnalato che anche padri e madri con bambini al seguito si sono distinti nel proferire minacce e slogan che si pensava appartenessero ormai ad altri tempi.
Nei filmati circolati in queste ore si vedono persone apparentemente “normali” insultare, urlare e quasi trasfigurarsi contro chi sfilava con le insegne della Brigata Ebraica o con cartelli di solidarietà nei confronti del popolo iraniano e ucraino.
È un’immagine che colpisce e preoccupa: non la violenza di pochi estremisti riconoscibili, ma l’odio esibito da persone che si percepiscono — e probabilmente vengono percepite — come “per bene”, civili, democratiche, progressiste.
La banalità del male sembra tornare proprio così: non con il volto dichiarato dell’odio, ma con quello rassicurante della buona coscienza, dell’indignazione selettiva e della superiorità morale.
Da italiano provo vergogna. Da cittadino democratico provo allarme. Perché quando l’antifascismo diventa pretesto per insultare e minacciare ebrei, dissidenti iraniani, ucraini o chiunque non rientri nella narrazione dominante, allora non siamo più davanti a una manifestazione civile, ma a una deriva culturale e morale che va denunciata senza ambiguità.