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Il sindaco di Londra. Netanyahu nel mirino di Sadiq Khan

Il sindaco di Londra promette pressioni sul governo britannico per applicare il mandato della Corte penale internazionale. Da New York Mamdani ammette invece di non avere il potere di eseguirlo

Alessandro Carmi

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Il sindaco di Londra. Netanyahu nel mirino di Sadiq Khan

Da Londra a New York cresce la pressione politica contro Benjamin Netanyahu. Il sindaco della capitale britannica Sadiq Khan ha dichiarato che chiederà al governo di applicare il mandato d’arresto della Corte penale internazionale qualora il primo ministro israeliano arrivasse nel Regno Unito, mentre il sindaco di New York Zohran Mamdani, dopo avere promesso durante la campagna elettorale che avrebbe fatto arrestare Netanyahu, ha dovuto riconoscere di non possedere l’autorità necessaria.

Intervistato da Channel 4 News, Khan ha usato parole durissime, sostenendo che chi è accusato di genocidio debba essere processato e affermando che Netanyahu non sarebbe il benvenuto a Londra. Il sindaco ha quindi annunciato che eserciterebbe pressioni sul governo britannico affinché «la legge venga applicata» in caso di una visita del premier israeliano.

La formulazione utilizzata da Khan richiede tuttavia una precisazione sostanziale. Il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale il 21 novembre 2024 contro Netanyahu non contiene un’accusa di genocidio. I giudici dell’Aia hanno ritenuto che esistano ragionevoli motivi per ipotizzare responsabilità per crimini di guerra, tra cui l’uso della fame come metodo di guerra e l’attacco intenzionale contro la popolazione civile, e per crimini contro l’umanità quali omicidio, persecuzione e altri atti inumani. Si tratta di accuse che Netanyahu e Israele respingono e sulle quali non è stata pronunciata alcuna sentenza.

La posizione britannica presenta inoltre una differenza decisiva rispetto a quella americana. Il Regno Unito aderisce allo Statuto di Roma e riconosce la Corte penale internazionale, mentre gli Stati Uniti non ne fanno parte. Khan può dunque chiedere al governo di rispettare gli obblighi derivanti dall’adesione alla Corte, sebbene la decisione sull’eventuale arresto di un capo di governo straniero non appartenga al sindaco di Londra.

Negli Stati Uniti il confronto ha assunto caratteristiche ancora più politiche. Mamdani aveva promesso durante la campagna per la conquista di City Hall che avrebbe fatto arrestare Netanyahu qualora fosse arrivato a New York. Dopo una verifica legale condotta dalla sua amministrazione, ha ammesso questa settimana che il Comune non dispone di alcun potere autonomo per eseguire il mandato della CPI. Ha tuttavia ribadito le proprie accuse contro il premier israeliano e chiesto al governo federale di intervenire. (Democracy Now!).
Il presidente Donald Trump ha già escluso categoricamente questa possibilità, assicurando che Netanyahu non sarà arrestato durante una visita negli Stati Uniti. La questione potrebbe tornare d’attualità in settembre, quando il primo ministro israeliano potrebbe recarsi a New York per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. (euronews)
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Alle dichiarazioni di Khan e Mamdani si sono aggiunte quelle del governatore democratico del Maryland Wes Moore, che ha accusato Netanyahu di avere commesso crimini di guerra. La posizione di Moore ha una particolare risonanza perché la Joint Base Andrews, utilizzata abitualmente dai leader stranieri diretti a Washington, si trova nel Maryland. Alla domanda se le autorità dello Stato tenterebbero concretamente di fermare Netanyahu qualora vi atterrasse, l’ufficio del governatore non ha però fornito una risposta.

La polemica mostra quanto il conflitto di Gaza sia ormai penetrato nella politica interna delle democrazie occidentali. Nel caso americano emerge inoltre un evidente limite istituzionale, poiché sindaci e governatori possono assumere posizioni politiche molto dure sulla guerra e su Israele, mentre la politica estera e i rapporti con la Corte penale internazionale rimangono essenzialmente materia federale.

Resta soprattutto una distinzione che il dibattito politico tende sempre più spesso a cancellare. Un mandato d’arresto della CPI contiene accuse che dovrebbero essere accertate in un processo e non equivale a una condanna. E attribuire alla Corte un’accusa di genocidio che nel mandato contro Netanyahu non compare contribuisce a confondere ulteriormente un confronto già esasperato, trasformando il linguaggio del diritto internazionale in uno strumento della battaglia politica.