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Il ritorno dell’antigiudaismo in abiti laici

La risposta a due interventi, uno di Raniero La Valle e l’altro di Massimo Fini, segnati da un antico e profondo antigiudaismo

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Il ritorno dell’antigiudaismo in abiti laici

Gli articoli di Raniero La Valle e Massimo Fini pubblicati dal Fatto Quotidiano il 26 e 27 maggio non sono discutibili soltanto sul piano geopolitico per le critiche alla politica del governo israeliano — legittime come quelle rivolte a qualsiasi democrazia — ma per il riflesso ideologico che rivelano. La Valle e Fini da anni manifestano un’ostilità cronica verso l’ebraismo e Israele utilizzando categorie religiose travestite da giudizio morale e politico. E ciò che oggi appare davvero allarmante è che questi sfoghi intrisi di vecchia teologia antigiudaica trovino ospitalità proprio su un giornale che pretende di leggere Israele attraverso le categorie della sinistra politica.

È qui il nuovo cortocircuito di questa ondata di antigiudaismo: la fusione di politica e religione. Esattamente ciò che questi autori imputano agli ebrei e a Israele, mentre sono i primi a praticarlo. Un tempo, una cultura laica di sinistra avrebbe considerato improponibile leggere un conflitto politico attraverso categorie teologiche medievali. Oggi invece si torna senza imbarazzo al repertorio più antico: l’ebreo legalista, il Dio ebraico crudele, Israele come incarnazione metafisica del male storico.

Lo schema è noto, e proprio per questo andrebbe riconosciuto con più prontezza. L’ebraismo come religione della durezza, della vendetta, della legge senz’anima. Il cristianesimo come religione dell’amore e del perdono. L’ebreo accettabile solo nella versione spiritualizzata, universalista, purificata dalla sua concretezza storica e nazionale. Questa non è analisi politica. È antigiudaismo in abiti laici, con una storia precisa, una storia che conduce, attraverso secoli di predicazione e catechesi, fino alle leggi razziali e oltre.


Il meccanismo è sempre lo stesso: si comincia con una critica politica e si scivola, artatamente, verso qualcosa di qualitativamente diverso. Israele cessa di essere uno Stato con un governo criticabile e diventa l’incarnazione di un male metafisico radicato nell’essenza stessa dell’ebraismo. La politica si trasforma in teologia. La critica diventa condanna dell’essere. Vale la pena fermarsi sulla teologia, perché qui l’ignoranza è così densa da richiedere una risposta precisa. Massimo Fini scrive, con una disinvoltura che impressiona, che preferisce “il perdono cristiano all’ira del Dio ebraico”. E spiattella persino il tema del deicidio con una leggerezza che denuncia perfettamente il paradosso di certo agnosticismo contemporaneo: proclamarsi laici e poi riesumare stracci di vecchia teologia polemica quando si tratta degli ebrei.

Raniero La Valle costruisce invece un’intera architettura argomentativa sul “Dio della guerra” ebraico contrapposto al “Dio solo misericordia” cristiano. Peccato che entrambi stiano descrivendo una caricatura, non una realtà delle fonti. L’idea che il Dio ebraico sia il “Dio della vendetta” è una delle falsificazioni più tenaci della storia di un certo pensiero occidentale. Risale almeno a Marcione, teologo del II secolo che voleva espungere la Bibbia ebraica dal cristianesimo perché ritenuta moralmente inferiore al Vangelo. La Chiesa lo condannò come eretico. Eppure il marcionismo non è mai morto: oggi si ripresenta travestito da indignazione geopolitica.
La realtà delle fonti dice l’esatto contrario. La Bibbia ebraica è attraversata incessantemente dal tema della misericordia divina. “Padre degli orfani e giudice delle vedove è Dio nella Sua santa sede” (Salmo 68,6). Non sono versetti marginali: sono il cuore pulsante di una tradizione antica che ha plasmato la coscienza religiosa dell’Occidente intero.

E il celebre “occhio per occhio”? La disinformazione è talmente radicata da essere quasi banale da smontare. Le fonti talmudiche — scritte dai tanto deprecati Farisei — chiariscono con precisione inequivocabile che quella norma non ha mai significato ritorsione fisica, ma risarcimento proporzionato del danno: quello che il diritto civile moderno chiama danno emergente, lucro cessante, danno permanente, danno morale. I rabbini elaborarono questo sistema giuridico molti secoli prima che l’Europa cristiana lo scoprisse. Chi usa ancora “occhio per occhio” come prova della crudeltà ebraica o non ha mai letto le fonti, o le legge in malafede.

Analogamente, la parola ebraica “neqamà”, tradotta invariabilmente come “vendetta”, non indica affatto una pulsione biologica o un tratto antropologico — come lascia intendere Fini con il suo inquietante riferimento a una presunta inclinazione inscritta nel “DNA ebraico” — ma significa anche, come il latino vindicta, giustizia riparatrice, ristabilimento dell’ordine violato. Il Salmo 94 che invoca “El neqamot” non evoca un Dio assetato di sangue, ma un Dio che ristabilisce la giustizia a favore dei deboli e dei perseguitati. E l’appellativo “H. Tzevaot”, reso come “Dio degli eserciti”, indica le schiere celesti, non gli eserciti militari. Piccoli dettagli che, se ignorati sistematicamente, producono mostri.

C’è poi un argomento che andrebbe ripetuto ogni volta che si tira in ballo la presunta violenza intrinseca dell’ebraismo. Hitler era battezzato e cresimato nel 1904. Non fu mai scomunicato. La quasi totalità dei nazisti proveniva dalla tradizione cristiana europea, cattolica o luterana. Himmler aveva frequentato un istituto salesiano. Molti responsabili dello sterminio si accostarono ai sacramenti fino alla fine. Nessuno, giustamente, pensa di definire il nazismo come conseguenza logica del Vangelo. Nessuno parla di “nazi-cristiani” come categoria teologica. Eppure, quanti massacri ha subito il popolo ebraico proprio in nome di quella croce. Quando invece si tratta di Israele, ogni azione politica contestabile diventa prova di una colpa metafisica collettiva radicata nella Bibbia.

Il doppio standard non è un’incidentalità: è la struttura stessa dell’antigiudaismo. La distinzione implicita in entrambi gli articoli tra un ebraismo “buono” — spirituale, diasporico, vittimizzato — e un ebraismo “cattivo” — nazionale, sovrano, armato — ha una storia precisa. È esattamente la struttura della teologia della sostituzione, condannata da Nostra Aetate nel 1965: l’idea che l’ebraismo reale, storico, concreto sia una deviazione da un’essenza spirituale ormai appartenente ad altri. L’ebreo accettabile è quello che non esiste più come soggetto della storia: il testimone del passato, la vittima compianta, l’ombra del Libro. Quando torna ad avere uno Stato, scelte politiche contestabili come quelle di qualsiasi altra democrazia, riemerge immediatamente la categoria del “potere ebraico”: duro, vendicativo, moralmente sospetto.

Israele non nasce da Auschwitz come risarcimento morale, perché Auschwitz non è risarcibile da niente e da nessuno. Nasce da un legame millenario tra un popolo, una terra e una tradizione. Nell’ebraismo Torah, popolo e Terra sono intrecciati da tremila anni in un unicum inseparabile. Pretendere di accettare l’ebraismo amputandone la dimensione storica e nazionale significa ridefinire dall’esterno cosa l’ebraismo dovrebbe essere. Significa chiedere a un popolo di esistere solo nella forma che altri ritengono moralmente tollerabile. È esattamente ciò che è stato chiesto agli ebrei per secoli, con risultati che la storia conosce bene. Jules Isaac, sopravvissuto alla Shoah che aveva ucciso sua moglie e sua figlia, comprese che la radice dell’odio non stava solo nella politica ma nelle caricature teologiche sedimentate nei secoli.

Da quella consapevolezza nacque il lungo cammino che portò a Nostra Aetate. Un cammino prezioso, evidentemente non ancora concluso, come dimostrano questi due articoli. Quando il linguaggio politico torna a evocare l’ebreo legalista, crudele, vendicativo; quando si divide l’ebraismo tra forme pure e forme degenerate; quando si rispolverano perfino accuse teologiche come il deicidio dentro un discorso che pretende di essere “laico”, non siamo più nel confronto democratico. Siamo davanti al riemergere di un veleno antico che l’Europa conosce molto bene, e che ha già dimostrato dove porta. Riconoscerlo non è censura: è memoria.

Rav Roberto Della Rocca
Direttore del Dipartimento Formazione e Cultura
dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

Articolo apparso su Il Fatto quotidiano il 31 maggio 2023


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