Detesto l’autoreferenzialità e odio chiudermi nell’echo chamber. Quindi accade che, statisticamente, legga più chi non la pensa come me, che chi condivide il mio pensiero. Così, a proposito di informazione non in linea con il mio modo di vedere le cose, mi capita di imbattermi in editoriali rispetto ai quali sono in disaccordo, che contesto e che talvolta considero pure scandalosi per la gravità delle tesi che sostengono.
Poi, però,ci sono anche gli editoriali che appartengono proprio ad un’altra categoria, quelli che “non ci puoi credere che l’autore abbia scritto davvero così”, che superano un limite che ritenevi invalicabile e che invece, dopo averli letti e riletti per essere sicuro di non aver frainteso, ti lasciano addosso un unico sentimento: l’inquietudine. Rientra tra questi ultimi l’articolo di Massimo Fini del 27 maggio, che Il Fatto Quotidiano ha pubblicato in versione leggermente edulcorata rispetto all’originale visibile sul sito www.massimofini.it
Il titolo dice già tutto:”All’ira del Dio ebraico preferisco il perdono”.Qui Netanyahu, la guerra, Gaza, i flottigliani, i governanti della destra italiana (temi da cui principia l’articolo), non c’entrano proprio nulla. Sono solo l’incipit da cui l’autore parte per lanciarsi in un’improvvida riproposizione di tutti gli stereotipi contro gli ebrei che conosciamo e che credevamo consegnati alla storia. In poche colonne, ritroviamo il repertorio dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo per eccellenza.
Si parte con il mito della superiorità del popolo eletto (“le altre genti sono genti di serie B, su cui si possono compiere ogni sorta di nefandezze”). Si rappresentano gli ebrei come comunità storicamente incline a creare disordine (i Romani “i soli problemi, sarà un caso, li ebbero in Giudea”). Si evoca il deicidio per la responsabilità della crocifissione e la contrapposizione tra il Cristo del perdono e il “Dio ebraico” dell’ira e della vendetta. Si parla di “vittimismo aggressivo degli ebrei” (che nella versione soft de Il Fatto viene limitato ad Israele). Si butta lì, nel bel mezzo dell’articolo, un riferimento all’intelligenza ebraica, non si sa a quale scopo, se non come allusione alle capacità manipolatorie degli ebrei. Si caratterizza addirittura un DNA vendicativo “degli ebrei” (che sulle pagine de Il Fatto diviene un più prudente “DNA di alcuni di loro, ad esempio quelli che oggi governano Israele e i loro elettori”). Si fa infine riferimento alla “razza” (“si può ancora usare questo termine?” si chiede Massimo Fini. Le leggi razziali, in effetti, lo fecero …).
Parole che manifestano un dichiarato pregiudizio antiebraico e che colpiscono, soprattutto, perché usate con una disinvolta normalità: quella di un autore che, in fondo, ha solo espresso un’opinione. Questo è il punto. La normalizzazione dell’antisemitismo.
L’ebreo ridotto ad un luogo comune. L’ebreo trasformato in categoria. L’ebreo con il suo DNA (vendicativo). L’ebreo che alla fine, quando sta in mezzo, viene fuori sempre un problema. Occorre però essere onesti, perché nell’articolo di Massimo Fini non c’è niente di nuovo. C’è anzi una straordinaria trasparenza di pensiero, che chi è più accorto di lui magari non concede, pur pensando le stesse cose. C’è tuttavia la conferma di quello che ogni giorno vediamo, ossia il superamento del discrimine tra critica e denigrazione; tra polemica (anche dura) e pregiudizio; tra contestazione al governo israeliano e odio contro gli ebrei; tra ciò che è lecito e ciò che è, o dovrebbe essere, illecito. E sarebbe un errore ritenere che la responsabilità di tutto questo ricada solo su Massimo Fini.
La responsabilità, al netto di sempre più rare eccezioni, è collettiva: è del mondo dell’informazione (in primis, di chi dà spazio a simili invettive), del mondo della cultura e delle università, del mondo della politica e anche della gente comune, che ha consentito, consapevolmente o meno, di elevare l’antisemitismo a una manifestazione di libero pensiero. Si può dire altrimenti di fronte ad una narrativa che mette insieme, in un sol colpo, la legittimazione del popolo eletto a compiere ogni nefandezza, la razza e il DNA, la tendenza degli ebrei a creare ovunque problemi, il deicidio, il Dio ebraico della vendetta contrapposto al “perdono cristiano, perché sulla croce Gesù perdona i suoi aguzzini”?Da qui nasce l’inquietudine che si prova a leggere cose del genere . Compreso l’infimo tentativo di piegare la figura di Gesù Cristo a strumento per alimentare stereotipi che tradiscono non soltanto la verità storica ma anche la dottrina ufficiale della Chiesa. Perché Gesù era ebreo ed è stato accolto dagli ebrei e Massimo Fini, anche se agnostico, dovrebbe saperlo.

