Una volta gli ebrei li cacciavano dai club, dalle università, dai quartieri “perbene”. Oggi li si caccia dai Pride, dalle piazze progressiste, dai cortei dell’inclusione universale. La differenza è che adesso tutto avviene sotto la grande insegna luminosa dei diritti civili, con la kefiah ben stirata sulle spalle. Nel frattempo in Trentino saltano fuori le chat antisemite dei giovani dirigenti di FdI e anche lì assistiamo allo stesso spettacolo miserabile: minimizzare, relativizzare, distinguere, contestualizzare. Sempre così. Sempre la stessa vigliaccheria burocratica.
La verità è che l’ebreo è tornato a essere, nel discorso pubblico occidentale, una presenza tollerata a condizione che stia zitto, chieda scusa, non occupi spazio, non rivendichi nulla. Va bene l’ebreo ornamentale, l’ebreo folkloristico, l’ebreo morto della memoria istituzionale. Quello vivo, reale, che parla, reagisce, si difende e magari sostiene Israele, invece disturba terribilmente.
E allora ecco il miracolo contemporaneo: gli stessi ambienti che passano le giornate a denunciare discriminazioni, microaggressioni, linguaggio ostile e culture escludenti riescono tranquillamente a trasformare gli ebrei nell’unica minoranza verso cui il pregiudizio torna improvvisamente elegante, sofisticato, perfino militante. Poi si offendono se qualcuno pronuncia la parola antisemitismo. Certo. I razzisti, quasi sempre, si offendono moltissimo.
Bidoni della spazzatura
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