Dalla fine della Guerra fredda e dallo scioglimento dell’Unione Sovietica nel 1991 sono passati trentacinque anni, ma non è ancora nato un vero ordine globale capace di sostituire quello definito nel 1945 dalla conferenza di Jalta.
Per circa un decennio si è pensato che i mercati potessero assestare automaticamente un nuovo assetto mondiale. Nel frattempo si sono in larga misura avverate le previsioni di Samuel P. Huntington: la contrapposizione tra campo liberale e campo socialista è stata sostituita da grandi aree regionali la cui identità si fonda anzitutto sulla tradizione. Lo dimostrano il peso della religione ortodossa in Russia e nell’Europa orientale, il nuovo ruolo dell’induismo in India, la forza della cultura confuciana in Cina e, negli Stati Uniti, una destra impegnata a ravvivare la cultura cristiana, evangelica ma anche cattolica.
In questo contesto – come ha ricordato anche il principe Mohammed bin Salman – la principale forza eversiva globale è diventata il fondamentalismo islamico, attraverso il ritorno alle interpretazioni più integraliste delle fonti religiose musulmane e il rilancio della jihad come guerra santa contro gli infedeli.
Sconfitto dagli inglesi tra il 1918 e il 1923 con la dissoluzione dell’Impero ottomano, il fondamentalismo islamico, pur continuando a essere coltivato da minoranze come i salafiti sunniti, i deobandi dell’area indo-pakistana, lo sciismo duodecimano iraniano e i Fratelli musulmani di Hassan al-Banna, ha progressivamente recuperato centralità. La vittoria di Ruhollah Khomeini in Iran, la guerra sovietico-afghana, l’emergere del Gruppo Islamico Armato in Algeria e di al-Qaeda, nata anch’essa dall’esperienza afghana, hanno preparato il terreno al salto di qualità rappresentato dagli attentati alle Torri Gemelle di New York nel 2001.
Dopo quelle stragi, la presa di distanza di Germania e Francia dagli Stati Uniti, guidate rispettivamente da Gerhard Schröder e Jacques Chirac, contribuì indirettamente a spingere la Russia verso il consolidamento del proprio nazional-imperialismo. Nello stesso periodo, tra il 2008 e il 2011, la Cina iniziò ad abbandonare la linea di piena apertura all’Occidente inaugurata da Deng Xiaoping, adottando un confucianesimo rigidamente autoritario e proiettato verso una crescente ambizione egemonica internazionale. È così che nasce il disordine mondiale dei nostri giorni, caratterizzato da molteplici attori ma attraversato da una forte componente di destabilizzazione islamista.
Oggi le esigenze di un’economia come quella cinese, fortemente dipendente dalle esportazioni e dall’approvvigionamento energetico, hanno spinto Pechino a cercare un compromesso con un’amministrazione Trump orientata a un approccio unilateralista, più propagandistico che politico. Anche il quasi monopolio cinese sulle terre rare ha favorito questa scelta dialogante.
Naturalmente sarebbe stato preferibile che l’intervento americano-israeliano avesse portato alla caduta del regime omicida e apocalittico dell’ex Persia. Tuttavia, in assenza delle condizioni politiche necessarie per un impiego di truppe terrestri, Washington e Gerusalemme hanno dovuto rinunciare a completare quello che sarebbe stato il sacrosanto obiettivo della liberazione del popolo iraniano. In queste circostanze, una conclusione negoziata del conflitto appare comunque preferibile al mantenimento di un focolaio aperto in un contesto internazionale nel quale, dall’Ucraina al Medio Oriente, una scintilla potrebbe incendiare l’intero pianeta.
Resta il fatto che l’impegno a sconfiggere il fondamentalismo islamico come principale fonte del caos internazionale non è stato abbandonato. Hezbollah è sempre più sulla difensiva, Hamas appare in grave difficoltà, il governo iracheno, d’intesa con gli Stati Uniti, ha formato un esecutivo senza il consenso delle forze più vicine agli ayatollah iraniani, gli Houthi restano prudentemente sulla difensiva di fronte alla presenza navale americana e gli Emirati Arabi Uniti hanno costruito sistemi di difesa integrati con Israele. Anche Kuwait e Arabia Saudita hanno reagito alle provocazioni iraniane con azioni militari.
La questione decisiva consiste ora nel trasformare questi sviluppi in un nuovo equilibrio regionale capace di marginalizzare definitivamente il fondamentalismo islamico. Gli ostacoli non mancano. La Turchia, in sintonia con il Pakistan e con qualche convergenza tattica con Pechino, cerca di costruire assetti che riducano il peso di Gerusalemme. Anche l’India suscita qualche preoccupazione: in assenza di garanzie sufficientemente chiare da parte occidentale e araba, Nuova Delhi continua infatti a considerare Teheran un fornitore energetico strategico.
Donald Trump ha compiuto in questi giorni una mossa politicamente significativa, affermando che non intende siglare una tregua con l’Iran se sauditi, turchi e altri attori regionali interessati non entreranno nel processo dei Patti di Abramo, cioè nel sistema di cooperazione tra Israele e i Paesi islamici non fondamentalisti.
Per trasformare questa prospettiva in realtà sarebbe però indispensabile un ruolo più attivo dell’Unione europea, possibilmente in coordinamento con la Gran Bretagna, finalizzato alla costruzione, insieme alla Lega Araba, di un sistema condiviso di pace e sicurezza che abbracci l’intera regione mediorientale, da Aleppo ad Aden, passando per Israele, Libano, Giordania, Arabia Saudita e gli altri Paesi dell’area.
Pesach, la memoria che libera: l’Esodo non è passato ma presente

