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⌥ Il conto presentato a Israele

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A sentirlo parlare, J.D. Vance sembra il ragioniere di una compagnia di assicurazioni. La benzina è scesa sotto i quattro dollari al gallone, i contribuenti americani hanno pagato due terzi delle difese che hanno protetto Israele, quindi sarebbe opportuno che Gerusalemme abbassasse la testa e ringraziasse. Il messaggio, ripulito dalla diplomazia, è questo.

C’è qualcosa di straordinariamente cinico nelle parole del vicepresidente americano. Perché nessuno contesta il ruolo decisivo degli Stati Uniti nella difesa di Israele. Il problema è un altro: Washington sta chiedendo a Israele di fidarsi di un regime che da quarant’anni promette la sua distruzione, finanzia Hezbollah, Hamas e gli Houthi, arma milizie in mezzo Medio Oriente e ha trasformato l’odio antiebraico in una dottrina di Stato.

Vance parla di “accordi da gentiluomini”. Gentiluomini. Con la Repubblica islamica dell’Iran.

È una formula che sarebbe quasi comica se non riguardasse il programma nucleare del regime degli ayatollah. Israele non teme le parole scritte o non scritte. Teme che, mentre a Washington si celebra il successo diplomatico e si guarda al prezzo della benzina, a Teheran si guadagni tempo, si ricostruiscano capacità e si prepari il prossimo round.

La verità è che Trump e Vance hanno messo Israele davanti a una scelta impossibile: accettare un’intesa che considera pericolosa oppure passare per l’alleato ingrato che osa contestare il presidente più filo-israeliano d’America. È un ricatto politico confezionato come un favore.

Per questo le parole di Vance suonano così stonate. Perché ricordano a Israele il debito contratto, ma dimenticano il prezzo che Israele potrebbe pagare se questo accordo dovesse fallire. E quel prezzo, a differenza della benzina, non si misura al gallone.


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