Ventisette bambini rimasti senza padre e senza madre. È una delle eredità più dolorose e meno raccontate del 7 ottobre 2023. A tre anni dal massacro compiuto da Hamas, in Israele ci sono famiglie nelle quali uomini e donne ormai anziani hanno dovuto ricominciare una vita che credevano conclusa da decenni: svegliare i bambini, accompagnarli a scuola, aiutarli con i compiti, affrontare paure notturne e crisi adolescenziali. Sono tornati a essere genitori perché i loro figli sono stati assassinati.
Un servizio di Channel 12, firmato da Yael Odem, ha raccolto le testimonianze di alcuni di questi nonni. Il dato dei 27 orfani trova conferma anche negli atti della commissione Lavoro e Welfare della Knesset, che nel dicembre 2025 ha approvato un aumento degli aiuti destinati alle famiglie che allevano bambini rimasti senza entrambi i genitori in seguito ad atti terroristici.
Dietro il numero ci sono storie diversissime e terribilmente simili. Eti Geta e suo marito Avi crescono Neve, otto anni, e Reef, quattro. La loro madre Stav, che li allevava da sola, fu assassinata mentre fuggiva dal festival Nova. La famiglia ha comprato una casa nuova, con un giardino, pensando ai bambini. Reef continua però a chiedere dove sia sua madre. Le hanno spiegato che è in cielo e lei ha risposto con la logica implacabile dei quattro anni: allora portatela giù dal cielo.
Per questi nonni il dolore ha due direzioni. Piangono il figlio o la figlia che hanno perduto e, nello stesso tempo, devono contenere il dolore dei nipoti. Gila e Reuven Chen vivono nel kibbutz Maoz Haim e crescono due nipoti, oggi adolescenti, i cui genitori andarono al Nova e non tornarono. Gila racconta che durante il primo anno urlava per la sofferenza. Poi bisognava comunque andare avanti, perché davanti a lei c’erano due ragazze che avevano bisogno di qualcuno capace di restare in piedi.
Eti ed Eli Bracha crescono Eliav e Rafael. La loro figlia Gal e il marito Naji furono assassinati al Nova. Eliav ha chiesto alla nonna perché tutto questo fosse capitato proprio a lui, un bambino che voleva soltanto sua madre e suo padre. Eti cerca di non mostrare ai nipoti il proprio lutto. Piange di notte, racconta, mentre stende il bucato.
Ancora più complessa è la storia della famiglia Or. Dror Or e la moglie Yonat furono uccisi a Be’eri. Due dei loro figli, Noam e Alma, vennero rapiti e portati a Gaza. Quando tornarono dalla prigionia dovettero apprendere dai nonni che i genitori erano morti. Oggi Dorit e Yuval, entrambi settantacinquenni, crescono tre adolescenti. Hanno spiegato con una frase la trasformazione subita da tutta la famiglia: i nipoti hanno perduto anche i loro vecchi nonni, quelli che potevano limitarsi a viziarli, ospitarli durante le vacanze e poi riconsegnarli ai genitori.
Lo Stato israeliano ha progressivamente adattato gli strumenti di assistenza a una situazione che, per dimensioni e caratteristiche, non aveva precedenti recenti. Il sistema di sicurezza sociale prevede indennità specifiche per chi ha perso entrambi i genitori in un atto terroristico e la Knesset ha ampliato il sostegno economico alle famiglie che se ne prendono cura. Sono misure indispensabili, perché spesso accogliere questi bambini ha significato ridurre il lavoro, cambiare casa, ricostruire da capo l’organizzazione familiare.
Resta una domanda che nessun assegno può cancellare. Gloria e Julio, immigrati dalla Colombia, crescono a Gerusalemme Aviel, otto anni. Sua madre Ivonne, che lo allevava da sola, è stata assassinata al Nova. Gloria pensa al futuro e ha paura: lei e suo marito invecchiano, mentre Aviel ha davanti tutta la vita.
È forse questo il tempo più lungo del 7 ottobre. Quello che continua dopo gli anniversari, le cerimonie e i discorsi. Un bambino cresce, arriva alla maggiore età, si sposa, avrà forse dei figli. E accanto a ogni traguardo rimarranno due posti vuoti.

