Il problema si scorge in controluce nei numeri delle ultime settimane e prende forma nei nomi dei caduti, perché quando un drone che costa poche centinaia di dollari riesce a colpire un mezzo blindato o a uccidere un soldato, il divario tra investimento e risultato diventa un fatto operativo prima ancora che simbolico, e obbliga un esercito avanzato come quello israeliano a inseguire una minaccia che non risponde più alle logiche della superiorità tecnologica tradizionale.
Nel sud del Libano, dove le forze israeliane si muovono in un ambiente complesso fatto di villaggi, alture e infrastrutture sotterranee, Hezbollah ha introdotto un’arma che aggira uno dei pilastri della difesa moderna, cioè la guerra elettronica, utilizzando droni collegati via fibra ottica al loro operatore, una soluzione apparentemente rudimentale che però neutralizza i sistemi di disturbo radio e consente un controllo stabile fino all’impatto, trasformando ogni volo in una traiettoria guidata senza interferenze.
Questi droni trasportano carichi esplosivi significativi, intorno ai sei chilogrammi, e vengono pilotati attraverso una telecamera con una precisione che rende inutile gran parte delle contromisure pensate per i droni tradizionali, mentre il loro costo ridotto permette a Hezbollah di impiegarli senza preoccuparsi troppo del tasso di perdita, introducendo una logica di saturazione che mette sotto pressione anche i sistemi difensivi più sofisticati.
L’IDF riesce a intercettare una parte consistente dei droni convenzionali, ma quelli collegati via cavo rappresentano una categoria a sé, perché entrano nello spazio operativo senza essere disturbati e colpiscono con una frequenza bassa ma sufficiente a produrre danni concreti, come dimostrano gli episodi recenti che hanno coinvolto mezzi corazzati e unità logistiche in prossimità delle batterie di artiglieria.
Il nodo, a questo punto, non è soltanto tecnologico ma anche dottrinale, perché l’esercito israeliano si trova a dover adattare rapidamente modalità di movimento, protezione e ingaggio a una minaccia che si è materializzata in tempi molto più rapidi rispetto ai cicli di sviluppo dei sistemi difensivi, e che per di più si muove su una scala economica completamente diversa rispetto ai grandi programmi industriali.
E’ questo il lavoro di alcune startup israeliane, che stanno cercando di costruire una risposta tattica laddove i grandi gruppi della difesa come Rafael, Elbit Systems e Israel Aerospace Industries si muovono con tempi e strutture più pesanti, e lo fanno concentrandosi su due livelli distinti, cioè il rilevamento e l’intercettazione, con risultati disomogenei.
Sul fronte del rilevamento, aziende come Third Eye, specializzata in sistemi elettro-ottici, o InsigniGenito, che lavora sul riconoscimento acustico, insieme a Magus per i radar, hanno migliorato in modo significativo la capacità di individuare i droni in arrivo, creando una rete di sensori che restituisce un quadro operativo più preciso e tempestivo, spesso integrato da sistemi di comando e controllo forniti anche da attori internazionali.
Il vero collo di bottiglia resta però l’intercettazione, perché individuare il bersaglio non basta quando il tempo di reazione è ridotto a pochi secondi e la distanza si misura in centinaia di metri, e qui emergono soluzioni ibride che oscillano tra l’improvvisazione sul campo e la sperimentazione avanzata, come i mirini intelligenti sviluppati da Smart Shooter, capaci di calcolare la traiettoria e assistere il tiratore nell’abbattimento del drone, una soluzione efficace ma che espone i soldati a un rischio elevato proprio per la vicinanza dell’ingaggio.
Un’altra direzione riguarda l’uso di droni intercettori, una risposta che arriva anche dall’esperienza ucraina, dove il combattimento tra UAV (Unmanned Aerial Vehicle, cioè “veicolo aereo senza pilota”ora meglio conosciuti come droni) è diventato una pratica quotidiana, anche se il contesto libanese, più frammentato e montuoso, rende difficile replicare su larga scala quel modello, mentre i costi e la necessità di operatori altamente addestrati limitano la diffusione di queste soluzioni.
Progetti come il Goosehawk di Robotican, che utilizza reti per neutralizzare il bersaglio, o le tecnologie sviluppate dall’americana Fortem Technologies con il sostegno di Lockheed Martin, indicano una direzione possibile, ma restano ancora lontani da una standardizzazione operativa che permetta un dispiegamento capillare, e lo stesso vale per i sistemi forniti da aziende come Extend, che pur avendo consegnato migliaia di unità non riescono ancora a coprire tutte le esigenze del fronte.
Quello che emerge, in filigrana, è uno squilibrio tra la velocità con cui una tecnologia relativamente semplice viene adottata e adattata da un attore non statale come Hezbollah e la capacità di risposta di un sistema militare complesso, che deve conciliare innovazione, sicurezza e sostenibilità economica, mentre il campo di battaglia continua a evolversi.
La sfida, per Israele, non riguarda soltanto la neutralizzazione di un singolo tipo di drone, ma la capacità di adattarsi a un paradigma in cui il vantaggio non si misura più solo nella qualità dei sistemi ma nella rapidità con cui si riesce a colmare il divario tra minaccia e risposta, evitando che ogni innovazione dell’avversario diventi, anche solo per qualche settimana, un vantaggio operativo sul terreno.