Il denaro ai terroristi e alle loro famiglie continua a scorrere, con percorsi più tortuosi e nomi più presentabili, mentre a livello ufficiale si parla di riforme e di discontinuità, ed è proprio questo scarto tra dichiarazioni e realtà che emerge con forza dal rapporto del Dipartimento di Stato americano consegnato al Congresso nell’aprile 2026. Secondo il documento, l’Autorità Palestinese ha versato nel solo 2025 oltre 156 milioni di dollari a detenuti per terrorismo e alle famiglie di militanti uccisi durante attacchi, mantenendo in piedi un sistema che da anni è al centro delle critiche internazionali e che avrebbe dovuto essere smantellato.
Il punto centrale del rapporto riguarda la capacità dell’Autorità Palestinese di adattare il meccanismo alle pressioni esterne senza rinunciarvi davvero. I trasferimenti non passano più per i canali più esposti, ma vengono distribuiti attraverso strutture parallele, fondazioni con finalità sociali e capitoli di bilancio difficili da tracciare. Tra questi compare la Palestinian National Foundation for Economic Empowerment, presentata come organismo di welfare ma utilizzata, secondo l’indagine americana, per continuare l’erogazione di stipendi e benefici. Di quei 156 milioni, circa 126 sono finiti a detenuti attuali o rilasciati, mentre 30 milioni sono stati destinati alle famiglie di chi ha compiuto attentati mortali.
Il quadro si complica ulteriormente se si osserva il livello di trasparenza. L’amministrazione palestines e smentisce la linea ufficiale e ammette che nessun beneficiario è stato escluso, segno di come il tema sia tutt’altro che marginale nelle scelte politiche interne.
Le cifre raccontano un sistema strutturato. Oltre diecimila ex detenuti ricevono pagamenti mensili che possono superare i tremila dollari, con una proiezione che per il 2026 arriva a 315 milioni complessivi. Alcuni casi citati nel rapporto rendono ancora più evidente la continuità del meccanismo. Tra i beneficiari compaiono individui coinvolti in attentati nei primi anni Duemila, responsabili di attacchi che causarono morti e feriti tra civili israeliani, i quali, una volta rilasciati, sono stati invitati ad aggiornare le coordinate bancarie per riprendere a percepire uno stipendio regolare insieme a bonus una tantum.
Anche sul piano internazionale la fiducia si incrina. La Commissione europea aveva già espresso riserve nel 2025, riconoscendo che le promesse di riforma non trovavano riscontro nei fatti, mentre indagini giornalistiche hanno evidenziato l’esistenza di canali paralleli non sottoposti a controlli rigorosi. In sostanza, una parte dei fondi continua a muoversi fuori dai radar ufficiali, rendendo difficile per i donatori verificare l’effettiva destinazione delle risorse.
Il rapporto americano non si limita alla dimensione finanziaria e richiama anche il contesto culturale e politico in cui questi pagamenti si inseriscono. Materiali scolastici e dichiarazioni pubbliche continuano a presentare la violenza come strumento legittimo, contribuendo a mantenere un clima che rende quei trasferimenti non un’anomalia ma una componente coerente di un sistema più ampio.
Le conseguenze sono immediate sul piano politico. La legislazione statunitense, in particolare il Taylor Force Act, lega gli aiuti economici all’interruzione di questi pagamenti, e le nuove evidenze rafforzano l’idea che le condizioni non siano state rispettate. Inoltre, la prospettiva di un ruolo dell’Autorità Palestinese nella gestione futura di Gaza si complica, perché la credibilità delle riforme appare compromessa.
Il risultato è una fotografia che lascia poco spazio alle ambiguità. Dietro il linguaggio delle riforme, il meccanismo resta attivo, sostenuto da scelte politiche che lo considerano parte integrante della propria legittimazione interna. Ed è proprio questa continuità, più ancora delle cifre, a rendere il dossier esplosivo nei rapporti con Washington e con i principali partner internazionali.