Quanto è accaduto il 25 aprile non può essere ridotto a semplici tensioni di piazza. La violenta cacciata della Brigata Ebraica, gli osceni insulti antisemiti (“saponette mancate”), la presenza incontrastata di bandiere di Hezbollah e della teocrazia iraniana hanno certificato lo scivolamento verso una deriva violenta, che rischia di riportarci alla stagione degli anni di piombo, ma con elementi nuovi che la rendono ancor più allarmante: il connubio tra il mondo dell’antagonismo, l’antisemitismo militante e l’islamismo radicale, in un mix micidiale che vede come spettatori interessati attori geopolitici internazionali, che supportano e finanziano questo estremismo.
Diciamo le cose come stanno: una parte politica ha sostenuto la galassia pro-pal, illudendosi di poterla controllare; poi, come inevitabilmente accade, ne ha perso il controllo, pur continuando ad assecondarla. Il risultato è una situazione che, oggi, è completamente fuori controllo. Che fare?
Non dobbiamo certo cadere nella tentazione di arginare il fenomeno con regolamentazioni liberticide; ma se il limite di tolleranza è stato superato e a rischio ci sono gli equilibri della democrazia, non possiamo rimanere passivi. La strada maestra resta il potenziamento delle misure amministrative di prevenzione, che consentono di intervenire prima che il fatto si realizzi, sulla base di una valutazione prognostica del rischio da parte delle autorità di pubblica sicurezza.Misure del genere, che incidono sulle libertà personali, non sono una novità nel nostro ordinamento: dai DASPO sportivi ai DASPO urbani ai DASPO “antirissa”, solo per fare qualche esempio.
In questo solco si è inserito anche il nuovo “pacchetto sicurezza” che consente, in occasione di manifestazioni, il trattenimento temporaneo di soggetti ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico, in presenza di presupposti rigorosamente motivati, desunti da elementi di fatto, indizi e risultanze delle attività di polizia. È ancora in fase di rodaggio, tant’è che non è valso a evitare i disastri del 25 aprile, ma va nella direzione giusta.
Un altro passaggio opportuno sarebbe quello di introdurre nuove norme che impongano un divieto espresso di esibizione di vessilli che inneggiano ai gruppi jihadisti o agli Stati che li finanziano. Se si pongono limitazioni per gli striscioni negli stadi, perché non fare altrettanto per le bandiere di Hamas o di Hezbollah? Sfilare con quei simboli non è libertà di espressione, come non lo è manifestare con le svastiche.
Chi lo fa veicola violenza. Conviene investire su questo approccio, che privilegia appunto le misure amministrative di prevenzione e che, non a caso, è quello utilizzato nei paesi occidentali, perché garantisce risposte rapide ed efficaci ai fenomeni di degenerazione della pubblica sicurezza.Se vogliamo che tali misure funzionino davvero, occorre certamente rispettare i confini di legittimità che la Corte Costituzionale ha tracciato nel tempo (la necessità di una motivazione solida circa le ragioni della loro adozione; la proporzionalità; la limitazione temporale; la delimitazione precisa del luogo interdetto; l’obbligo di convalida dell’autorità giudiziaria, se si introducono forme di sorveglianza attive sui destinatari).
Ma ancor prima del rispetto dei limiti legali, serve un cambio di passo, che porti a un nuovo “patto sociale”, fondato sulla consapevolezza di cittadini e istituzioni della gravità della fase che stiamo attraversando e della necessità di adottare, velocemente, presidi di prevenzione efficaci.
Un patto che, a livello istituzionale, coinvolga il decisore politico e gli organi di garanzia costituzionali e che crei le condizioni per superare quelle involuzioni, soprattutto giurisprudenziali, che troppo spesso hanno vanificato l’effettività delle norme poste a presidio della pubblica sicurezza.
Serve unità di intenti, a tutti i livelli; se c’è, le soluzioni si trovano. Nel diritto nulla è immutabile, nulla è dogmatico: la stessa Corte costituzionale ci ricorda che, se cambiano gli scenari sociali e le esigenze di ordine pubblico, sono sempre possibili interventi ampliativi del raggio di azione delle misure amministrative di prevenzione. E oggi è evidente che gli scenari sono mutati e nuovi approcci sono ormai indifferibili.
La questione, allora, è anzitutto culturale: fino a che punto l’ordinamento democratico può tollerare quello che è accaduto il 25 aprile? Cosa si è disposti a cambiare per difendere le libertà di cui godiamo e che diamo per scontate, quando invece sono minacciate, anche dall’esterno? Perché si possono scrivere leggi bellissime, ma se poi basta un “giudice all’Avana” per renderle inefficaci, il sistema è destinato al fallimento.
25 aprile, piazze fuori controllo. La sicurezza diventa priorità