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Ebrei nel mondo e la speranza: i giovani guardano avanti mentre cresce l’antisemitismo

Il rapporto della Jewish Agency fotografa una generazione più ottimista e legata a Israele, anche mentre insicurezza e ostilità diventano parte della vita quotidiana

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 4 min
Ebrei nel mondo e la speranza: i giovani guardano avanti mentre cresce l’antisemitismo

I dati più duri sull’antisemitismo raccontano un mondo in cui essere ebrei torna a significare esporsi, misurare le parole, cambiare abitudini, eppure proprio dentro questo scenario prende forma un elemento inatteso, perché una larga parte dei giovani ebrei dichiara di credere nel futuro della propria comunità e di sentirsi capace di influenzarlo. È questa la linea che attraversa il nuovo One People Report della Jewish Agency, presentato al presidente israeliano Isaac Herzog, e che costringe a leggere insieme due tendenze che sembrano andare in direzioni opposte.

L’indagine, realizzata dall’istituto Ipsos su un campione di oltre 1.400 persone tra Israele e diciotto Paesi, mostra che il 74 per cento dei giovani ebrei tra i 18 e i 28 anni nel mondo e il 67 per cento in Israele ritengono di poter incidere in modo positivo sul destino della propria comunità, mentre il 64 per cento esprime un giudizio complessivamente ottimista sul futuro. Il dato acquista peso se confrontato con quello delle generazioni più anziane, molto più caute nelle aspettative, e suggerisce che qualcosa si sta muovendo proprio dove il contesto esterno appare più difficile.

La fotografia generale resta comunque segnata da una pressione crescente. Il 69 per cento degli ebrei nel mondo e il 79 per cento in Israele indicano l’antisemitismo come la principale sfida, mentre in Europa il 43 per cento dichiara di aver vissuto direttamente o in famiglia episodi di ostilità nell’ultimo anno, con punte particolarmente alte in Paesi come la Francia, dove soltanto una minoranza afferma di sentirsi al sicuro. A questo si aggiunge il tema dell’immagine di Israele, percepita come un problema rilevante dal 46 per cento degli intervistati, segno di quanto la dimensione internazionale influenzi ormai la vita quotidiana delle comunità.

Dentro questo quadro prende forma la seconda linea del rapporto, quella che riguarda la connessione tra Israele e la diaspora. L’88 per cento degli intervistati riconosce Israele come patria del popolo ebraico e l’85 per cento ritiene che la sua esistenza sia essenziale per il futuro collettivo, mentre una maggioranza significativa sottolinea l’importanza di una responsabilità reciproca tra lo Stato e le comunità nel mondo. Il legame non appare soltanto simbolico, ma funziona come un punto di riferimento concreto in un momento in cui l’incertezza cresce.

Il dato forse più interessante riguarda proprio il modo in cui i giovani tengono insieme queste dimensioni. La consapevolezza delle difficoltà non si traduce in distacco, e anzi si accompagna a un senso di appartenenza più marcato e a una disponibilità a impegnarsi, come se la pressione esterna producesse una reazione interna capace di rafforzare i legami invece di indebolirli. È un passaggio che gli autori del rapporto leggono come una forma di resilienza radicata nella vita comunitaria, dove chi si sente più connesso mostra anche livelli più alti di fiducia e sicurezza.

La Jewish Agency interpreta questi segnali come una base su cui costruire una strategia che tenga insieme aliyah, sostegno alle aree israeliane colpite dal 7 ottobre, rafforzamento dell’identità e sicurezza delle comunità. Le parole di Herzog insistono sulla necessità di trasformare questa fase in un momento di coesione, mentre i dirigenti dell’agenzia parlano apertamente di una finestra di opportunità che nasce dall’incontro tra preoccupazione e volontà di reagire.

Il quadro che emerge non si presta a letture semplici, perché la crescita dell’antisemitismo resta un dato strutturale e non episodico, e allo stesso tempo la risposta che arriva dalle nuove generazioni introduce un elemento dinamico che cambia la prospettiva. La sensazione è che il futuro delle comunità ebraiche si giochi proprio in questo equilibrio instabile, dove la percezione del rischio convive con una spinta a costruire, e dove il rapporto con Israele continua a funzionare come uno degli assi portanti attorno a cui si organizza questa tensione.


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