I ritmi della diplomazia si adeguano alle dinamiche del campo di battaglia. Questo è un principio cardine che ci suggerisce come lo strumento militare sia essenziale quando si tratti di coercizione, deterrenza, capacità di incidere sulle dinamiche caotiche dell’arena internazionale. La diplomazia, da sola, non ha peso se non accompagnata e sostenuta da una capacità militare efficace, tale da imporre scelte politiche interne; e questo vale sia per Washington che per Teheran.
E dunque, non possiamo che guardare alla guerra Israele-Stati Uniti contro l’Iran come a un necessario, quanto stabile (almeno nelle intenzioni), nuovo equilibrio regionale che potrà realizzarsi quando i contendenti riusciranno a imporre la propria volontà sull’avversario, proprio attraverso l’uso della forza. Appare evidente come l’evoluzione del confronto tra Iran, Stati Uniti e Israele non possa essere letta soltanto attraverso la lente militare perché si tratta, prima di tutto, di una questione di potere interna, di necessità elettorali (per gli Stati Uniti che si stanno preparando alle elezioni di Midterm), di tempo strategico (a favore di Teheran) e di resilienza di sistema.
Cercare di comprendere quanto stia accadendo in Medioriente impone un approccio analitico guardi a tutte le dinamiche necessarie a decifrare ciò che potrebbe prospettarsi all’orizzonte di lungo periodo, che spaziano dal terrorismo internazionale (di cui l’Iran è campione) alla proiezione di potenza nel Medio Oriente: ciò che sta emergendo oggi in Iran è un rafforzamento strutturale del ruolo dei Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i Pasdaran che, in condizioni ordinarie già rappresentano un attore determinante ma che, ancor di più in condizioni di guerra, diventano il perno del sistema. Non solo sul piano militare, ma anche su quello economico, industriale e – elemento troppo spesso sottovalutato – operativo all’estero, inclusa la capacità di sostenere o facilitare azioni contro obiettivi ebraici fuori dai confini nazionali.
All’interno del sistema iraniano si sta delineando una competizione tra due blocchi di leadership. Entrambi radicali, entrambi espressione dell’establishment rivoluzionario, entrambi presenti nella delegazione negoziale di Islamabad. Da un lato una componente più istituzionale, legata al Supreme National Security Council; dall’altro una corrente più ideologica e populista, riconducibile anche all’eredità politica di Mahmoud Ahmadinejad. Non si tratta di moderati contro estremisti: si tratta di visioni divergenti su come perseguire lo stesso obiettivo strategico.
Questo obiettivo è chiaro: garantire la sopravvivenza del regime e consolidare l’Iran come attore egemone regionale. In questa prospettiva, l’attivismo iraniano in Iraq, in Libano e più in generale lungo l’asse della cosiddetta “resistenza” non è episodico macontinuo, di lungo periodo, coerente con un approccio dottrinale pre-conflitto. Hezbollah continua a operare in Libano, sostenuto anche politicamente da figure come Mohammad Bagher Ghalibaf, che ne incoraggiano la resilienza rispetto alle pressioni interne libanesi.
Nel frattempo, il contesto interno iraniano si sta deteriorando, con un’economia sotto pressione afflitta da una crisi idrica senza precedenti, dall’inflazione elevata, dalle difficoltà strutturali. Ma ciò che segna una discontinuità è il livello di repressione. L’uccisione di oppositori nelle strade da parte delle forze legate ai Pasdaran è un salto qualitativo, un segnale di chiusura del sistema e di crescente insicurezza del regime.
E tuttavia, questo indebolimento interno non si traduce automaticamente in vulnerabilità strategica. Qui si inserisce la questione centrale: il tempo.
Mi pongo una domanda che è, in realtà, il cuore dell’analisi: il tempo sta giocando a favore dell’Iran o degli Stati Uniti?
Negli Stati Uniti, il fattore tempo è compresso dalla dinamica politica interna in cui le elezioni di novembre rappresentano un vincolo reale. La percezione – in particolare nell’area politica riconducibile a Donald Trump – è che Teheran disponga di un orizzonte temporale più ampio. Non è solo una questione di capacità militare o economica, bensì di resistenza strategica e di disponibilità ad attendere.
L’Iran ragiona sul lungo periodo. Lo dimostra anche la gestione dello Stretto di Hormuz in cui la minaccia di chiusura, oggi concretizzata, non deve sorprenderci poiché è la semplice attuazione di una linea già annunciata prima del conflitto. È deterrenza trasformata in azione.
In questo quadro, l’eventuale eliminazione mirata di leader dei Pasdaran apre scenari complessi. L’idea – che ritengo essere quella su cui si è basata la visione strategica di Trump – di favorire l’emergere di una leadership pragmatica all’interno dell’IRGC si sta rivelando, almeno per ora, illusoria. Al contrario, assistiamo all’ascesa di una nuova generazione ancora più estremista, profondamente radicata nella difesa dei propri interessi economici e nella continuità ideologica della Repubblica islamica.
Questo pone una questione cruciale anche per Israele. In assenza di un intervento diretto con forze di terra – opzione difficilmente sostenibile – quale scenario si aprirebbe se gli Stati Uniti accettassero un accordo negoziale sfavorevole a Gerusalemme? È realistico immaginare un Iran con Pasdaran indeboliti ma ancora dominanti come interlocutore accettabile? La risposta, a mio avviso, è negativa: un IRGC ridimensionato ma non disarticolato resterebbe un attore strutturalmente ostile, a meno di una ferma garanzia di mantenimento del potere a favore dei guardiani della rivoluzione. Ma non ora, solamente quando si sarà davvero ottenuto un indebolimento strutturale del sistema iraniano.
Dobbiamo inoltre considerare il ruolo degli attori esterni. La Cina, pur mantenendo un profilo pubblico defilato, ha agito indirettamente, utilizzando il Pakistan per tutelare i propri interessi e favorire l’avvio del dialogo tra Washington e Teheran. Un dialogo che resta in salita, anche per le divisioni interne alla leadership iraniana.
A guardare il quadro complessivo, e non limitandoci a conteggiare i risultati dei singoli atti, politici e militari, ci rendiamo conto di come ciò che ci troviamo di fronte non sia un semplice confronto tra Stati, ma una competizione tra modelli di tempo strategico in cui gli Stati Uniti operano in un orizzonte politico breve, mentre l’Iran guarda a una prospettiva storica più lunga. Ed è proprio su questa asimmetria temporale che si gioca la parte decisiva del confronto.
Iran-USA-Israele: non vince chi colpisce, ma chi sa aspettare
Claudio Bertolotti
Direttore di Start InSight, è ricercatore senior per la “5+5 Defense Iniziative” del CEMERES, è docente e ricercatore associato presso ISPI.