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Gaza. Le armi di Hamas per schiacciare le milizie rivali

Il nuovo studio dell’ICT israeliano svela la strategia per isolare i gruppi sostenuti da Israele e consolidare il controllo sull’enclave

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Gaza. Le armi di Hamas per schiacciare le milizie rivali

Il terreno su cui si gioca il potere a Gaza si è spostato, e chi continua a leggere quel conflitto solo in termini di armi e raid resta indietro. Un rapporto dell’International Institute for Counter-Terrorism israeliano mostra come Hamas abbia aperto un fronte meno visibile e forse più efficace, una guerra psicologica costruita con metodo, pazienza e una conoscenza profonda della società gazawi, dove l’appartenenza familiare e la reputazione valgono quanto, se non più, della forza militare.

Dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, mentre le operazioni armate diminuivano di intensità, Hamas ha cambiato passo. Alle eliminazioni mirate ha affiancato una campagna sistematica che usa canali Telegram, messaggi calibrati e una pressione capillare sui clan locali, trasformati in strumenti di delegittimazione. Il bersaglio sono le milizie nate negli ultimi due anni, gruppi eterogenei che operano tra Rafah, Gaza City e il nord della Striscia, alcuni dei quali sostenuti apertamente da Israele con l’obiettivo di indebolire il controllo dell’organizzazione islamista e ridurre la necessità di interventi diretti.

Il rapporto individua almeno cinque di questi gruppi, tra cui le cosiddette “Forze popolari” guidate da Yasser Abu Shabab, attive nella zona orientale di Rafah e riconosciute da Israele come interlocutori operativi già nel giugno 2025. Accanto a loro si muovono altre milizie locali, nate spesso su base familiare o territoriale, che cercano spazio in un contesto frammentato e instabile. È proprio questa frammentazione che Hamas ha deciso di sfruttare, rovesciandola contro i suoi avversari.

Per farlo ha costruito una macchina di controllo interna che non si limita alla sicurezza tradizionale. L’unità Sahm, creata nel marzo 2024, agisce sulla popolazione civile, regolando i mercati e punendo i presunti collaboratori, mentre Rada, istituita nell’estate 2025, opera come braccio repressivo specializzato contro chi viene accusato di cooperazione con Israele. Queste strutture non si muovono soltanto sul piano operativo, ma alimentano un flusso continuo di contenuti che circolano online, dove vengono pubblicate confessioni, immagini e avvertimenti destinati a costruire un clima di paura e isolamento.

Il cuore della strategia sta nella costruzione di un’immagine. Le milizie rivali vengono presentate come corrotte, mosse da interessi personali, incapaci di offrire protezione e destinate a essere abbandonate da Israele. Ogni episodio interno, ogni sospetto tradimento, ogni tensione viene amplificata e inserita in una cornice narrativa coerente che punta a svuotare queste formazioni di qualsiasi legittimità sociale. Parallelamente, Hamas apre finestre di “pentimento” di dieci giorni, offrendo amnistie temporanee che funzionano come leva psicologica per spingere i combattenti a disertare.

La leva decisiva resta però quella tribale. In una società dove il clan definisce identità e protezione, la scomunica pubblica equivale a una condanna. Il caso del clan al-Duhaini, che nel dicembre 2025 ha preso le distanze da alcuni membri coinvolti nelle milizie, privandoli della protezione familiare, è emblematico di un meccanismo che Hamas incoraggia e, secondo diverse testimonianze, talvolta impone. La pressione non arriva solo dall’alto, ma attraversa le relazioni quotidiane, trasformando la diffidenza in isolamento e l’isolamento in vulnerabilità.
A questo si aggiunge il ruolo dei media regionali, con Al Jazeera che ha rilanciato materiali forniti da Hamas, inclusi filmati provenienti da body cam di presunti collaboratori, contribuendo a rafforzare l’idea di un controllo capillare e onnipresente. Il messaggio è chiaro e viene ripetuto fino a diventare percezione condivisa: chi collabora è visto, seguito, prima o poi colpito.

La reazione dell’Autorità Palestinese è stata dura, con Mahmoud Abbas che ha parlato di violazioni gravi dei diritti umani, mentre la stampa vicina a Ramallah ha evocato paragoni con le esecuzioni dello Stato islamico. Parole che segnano una distanza politica profonda, ma che difficilmente incidono sul terreno, dove la legittimità si misura nella capacità di controllare e orientare la società.

Il dato che emerge con più forza dal rapporto è che Hamas non difende il proprio potere soltanto con le armi, ma con un sistema integrato che tiene insieme coercizione, propaganda e strutture sociali. Chi immagina alternative di governo a Gaza dovrà fare i conti con questo intreccio, perché smontarlo richiede molto più che neutralizzare una catena di comando militare. Qui il potere passa per le famiglie, per le reti informali, per la percezione di ciò che è giusto o tradimento, e su quel terreno Hamas continua a muoversi con una lucidità che, piaccia o meno, spiega perché resti un attore centrale nonostante tutto.


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