Biagio De Giovanni non apparteneva alla schiera di quelli che seguono il vento, e proprio per questo la sua voce, negli ultimi anni, risuonava con una chiarezza che oggi appare ancora più rara. La sua scomparsa lascia un vuoto che non riguarda soltanto la filosofia italiana, ma anche il modo in cui una parte dell’intellettualità ha saputo stare dentro il conflitto del presente senza rifugiarsi nelle formule consolatorie.
Filosofo, docente, uomo delle istituzioni, De Giovanni aveva alle spalle una lunga storia dentro la cultura della sinistra europea, e proprio da quella posizione aveva scelto di rompere con molte delle semplificazioni che hanno progressivamente invaso il discorso pubblico sul Medio Oriente. Quando parlava di Israele, lo faceva senza ambiguità, mettendo al centro un punto che per lui non era negoziabile: il diritto all’esistenza e alla sicurezza dello Stato ebraico, che non poteva essere relativizzato né subordinato a costruzioni ideologiche.
Negli anni in cui l’antisionismo tornava a circolare con sempre maggiore disinvoltura, spesso travestito da linguaggio dei diritti, De Giovanni ha preso posizione in modo netto, firmando appelli contro l’antisemitismo e denunciando quella zona grigia in cui la critica politica si trasforma in delegittimazione. Non lo faceva per appartenenza, né per riflesso identitario, ma per una convinzione che affondava nelle sue categorie filosofiche, nella sua idea di Europa e nella sua lettura della modernità.
Al centro del suo ragionamento c’era una diffidenza profonda verso ciò che definiva il mito della pace perpetua, una costruzione che a suo avviso rischiava di diventare una forma di rimozione del conflitto reale. In un mondo attraversato da tensioni strutturali, sosteneva, le democrazie non possono permettersi il lusso dell’astrazione, perché la loro sopravvivenza dipende anche dalla capacità di riconoscere le minacce e di difendersi. Dentro questa cornice, Israele rappresentava per lui un punto avanzato dell’Occidente, esposto a una pressione continua che non poteva essere letta con categorie semplicistiche.
Questo lo ha portato a scontrarsi, talvolta apertamente, con una parte del mondo culturale da cui proveniva. De Giovanni aveva seguito con serietà e passione trasparente la traiettoria del Pci-Pds-Pd per poi approdare alla Rosa nel Pugno. Il mondo comunista e post-comunista che l’aveva visto protagonisa negli ultimi anni ha assunto atteggiamenti sempre più critici, quando non ostili, verso Israele e De Giovanni non ha mai cercato di smussare questo contrasto, né di renderlo più accettabile, perché riteneva che il compito di un intellettuale fosse proprio quello di attraversare le contraddizioni senza nasconderle.
La sua figura resta legata a una stagione nella quale la filosofia si misurava direttamente con la politica e con la storia, senza rinunciare alla complessità ma senza perdere il senso della realtà. Nel suo modo di intervenire sul tema di Israele si coglieva questa impostazione, una combinazione di rigore teorico e attenzione concreta che gli permetteva di evitare sia il moralismo sia il cinismo, mantenendo una linea autonoma.
La lezione di Biagio De Giovanni – perché di lezione si può parlare senza temere di cadere nelle formule retoriche buone per ogni occasione – acquista un peso diverso. Non perché offra risposte pronte, ma perché indica un metodo, un modo di stare dentro le questioni senza cedere alla pressione del consenso e senza accettare l’idea che tutto possa essere ridotto a una scelta di campo immediata.
Nel ricordarlo, resta questa immagine: un intellettuale che non ha avuto paura di dire quello che pensava quando diventava scomodo farlo, e che ha scelto di difendere Israele non per convenienza o provocazione, ma perché lo considerava parte integrante di una battaglia più ampia sulla tenuta delle democrazie. Una posizione che oggi, nel rumore generale, si distingue ancora di più.
Biagio De Giovanni, un filosofo controcorrente e voce limpida in difesa di Israele