Il punto che continua a sfuggire nel dibattito pubblico sul programma nucleare iraniano riguarda la sproporzione tra ciò che viene colpito e ciò che resta intatto, perché mentre l’attenzione si concentra su singoli siti bombardati o su quantità limitate di uranio altamente arricchito, il cuore del problema si trova nelle scorte complessive accumulate da Teheran negli ultimi anni e oggi disperse, nascoste o difficili da localizzare.
Le stime più aggiornate, confermate anche da analisi riprese dal New York Times e dai rapporti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, indicano che l’Iran dispone di circa 11 tonnellate di uranio a vari livelli di arricchimento, una quantità che, se ulteriormente raffinata, potrebbe tradursi in un numero di ordigni compreso tra alcune decine e un centinaio, a seconda delle capacità tecniche e delle scelte operative del regime. È una scala che cambia completamente la percezione del rischio, perché non si parla più di una soglia simbolica ma di una potenziale capacità industriale.
Dentro questa massa di materiale, la porzione più vicina all’uso militare è rappresentata da circa mezza tonnellata di uranio arricchito fino al 60 per cento, un livello che riduce drasticamente il tempo necessario per arrivare al grado militare. Secondo diverse valutazioni, questa quantità da sola sarebbe sufficiente per una decina di ordigni, e proprio su questo segmento si sono concentrati negli ultimi mesi i timori e le ipotesi di intervento diretto, inclusa l’idea di operazioni mirate per sequestrare o distruggere il materiale.
Il problema, però, è che quella mezza tonnellata rappresenta solo la punta visibile di un sistema molto più ampio e più difficile da neutralizzare, perché il resto dell’uranio, accumulato soprattutto dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare del 2015 deciso da Donald Trump nel 2018, è distribuito in siti multipli e in parte sotterranei. Prima di quel passaggio, l’intesa negoziata sotto Barack Obama aveva imposto limiti stringenti sia sul livello di arricchimento sia sulle quantità detenute, riducendo le scorte a poche centinaia di chilogrammi e mantenendo il programma entro parametri civili.
Da allora la traiettoria si è invertita con rapidità, perché Teheran ha progressivamente superato ogni vincolo, riportando l’arricchimento al 20 per cento già nel 2021 e spingendosi poi fino al 60 per cento dopo episodi di sabotaggio come l’esplosione nel sito di Natanz, attribuita a Israele. Questo salto ha ridotto i tempi di “breakout”, cioè il periodo necessario per ottenere materiale fissile per un’arma, rendendo il programma molto più vicino a una capacità operativa.
I raid condotti nel 2025 contro alcune infrastrutture chiave, presentati politicamente come un colpo decisivo, hanno in realtà prodotto un effetto più limitato, rallentando ma non interrompendo il programma, come riconosciuto dagli stessi funzionari americani. Il nodo strutturale resta infatti la combinazione tra conoscenza tecnica, infrastrutture disperse e capacità di occultamento, perché anche la distruzione di singoli impianti non elimina né il know-how né la possibilità di ricostruire rapidamente.
La geografia gioca a favore dell’Iran, che può sfruttare aree montuose e reti di gallerie per proteggere siti relativamente piccoli e difficili da individuare, inclusi impianti nella zona di Isfahan che secondo diverse ipotesi potrebbero ospitare attività sensibili. In questo contesto, l’incertezza sulla localizzazione esatta delle scorte diventa essa stessa uno strumento negoziale, una leva che Teheran può utilizzare per guadagnare tempo o per condizionare eventuali trattative.
Il risultato è una situazione in cui la percezione pubblica resta ancorata agli eventi più visibili, come i bombardamenti o le dichiarazioni politiche, mentre il problema reale continua a svilupparsi sotto la superficie, dentro un programma che non è stato smantellato ma solo temporaneamente rallentato, e che conserva una capacità potenziale che nessun intervento finora è riuscito davvero a neutralizzare.
Iran. Scorte per decine di bombe e un programma solo rallentato