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Hormuz è il collo di bottiglia di internet

Sotto le petroliere passano i cavi che tengono in piedi il traffico globale e basta poco per incepparli

Costantino Pistilli

Tempo di Lettura: 4 min
Hormuz è il collo di bottiglia di internet

Nel dibattito sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz si continua a ragionare come se tutto ruotasse attorno al petrolio. È un errore di prospettiva. Perché oggi, su quel tratto di mare, passa anche qualcosa di meno visibile ma altrettanto vitale: il traffico digitale globale. Sotto il livello dell’acqua si muove una rete fitta di cavi in fibra ottica che collega i continenti. È la struttura portante della comunicazione globale. Secondo l’International Telecommunication Union, circa il 99% del traffico internet mondiale transita su queste linee. Significa che ogni operazione digitale – dalle transazioni bancarie alle comunicazioni governative, fino ai servizi cloud – dipende da un sistema fisico che, per quanto avanzato, resta vulnerabile.

Non serve immaginare scenari da guerra totale. Basta capire quanto sia fragile l’equilibrio. Un cavo non deve essere distrutto per creare un problema: è sufficiente un’interruzione, anche limitata, per generare effetti a catena. “Quando si verificano danni, le conseguenze sono immediate: rallentamenti, blackout parziali, impatti economici diretti”, ha spiegato l’analista Masha Kotkin in un’intervista ad Al Arabiya. È già successo più volte, anche fuori da contesti di crisi.

Nel caso dello Stretto di Hormuz, la concentrazione di queste infrastrutture amplifica il rischio. Da lì passano alcune delle dorsali più importanti del sistema globale, collegamenti che uniscono Asia, Golfo ed Europa in modo continuo. Tra queste, aggiunge Kotkin, ci sono AAE-1 (un cavo sottomarino che collega Asia ed Europa), FALCON (una rete in fibra ottica tra India, Golfo e Nord Africa) e il sistema Gulf Bridge (un’infrastruttura che connette i Paesi del Golfo), a cui si aggiungono nuovi progetti in sviluppo, incluso quello promosso da Ooredoo, società di telecomunicazioni qatariota. Più capacità significa più dipendenza. E quindi più esposizione.

I dati mostrano un altro elemento importante: il problema non è quasi mai il sabotaggio diretto. L’International Cable Protection Committee registra ogni anno tra 150 e 200 incidenti, e nella maggior parte dei casi la causa è banale: ancore che trascinano sul fondale, attività di pesca, errori operativi. Il sistema regge proprio perché è progettato per assorbire questi urti. Ma cambia tutto quando entra in gioco un contesto instabile.

In uno scenario di conflitto, il rischio non cresce in modo lineare: cresce in modo imprevedibile. Navi colpite, rotte deviate, mezzi alla deriva: sono questi i fattori che possono trasformarsi in una minaccia concreta per i cavi. Non serve un attacco mirato. Basta un incidente. Nel 2024, nel Mar Rosso, un mercantile finito fuori controllo dopo un attacco degli Houthi ha tranciato più cavi trascinando l’ancora sul fondale. È il tipo di evento che non puoi pianificare, ma che devi mettere in conto. “In presenza di operazioni militari, il margine di rischio aumenta inevitabilmente”, ha sottolineato Kotkin ad Al Arabiya. Ed è qui che il discorso cambia: non si tratta più di proteggere un’infrastruttura, ma di gestire una vulnerabilità diffusa.

Se un cavo viene danneggiato, il problema successivo è intervenire. Le operazioni di riparazione non sono particolarmente complesse dal punto di vista tecnico, ma diventano complicate quando si inseriscono in un’area instabile. Le navi specializzate devono operare in sicurezza, le compagnie assicurative devono assicurare il rischio, gli Stati devono concedere autorizzazioni. Basta che uno di questi passaggi si blocchi per allungare i tempi in modo significativo.

Anche ammesso che tutto funzioni, resta il nodo della resilienza. Se più cavi vengono compromessi contemporaneamente, il sistema regge ma si degrada. La connettività non sparisce, ma rallenta. E in un’economia che si muove in tempo reale, il rallentamento è già un danno.
Le alternative? Limitate. I satelliti non possono sostenere volumi comparabili e hanno costi più elevati. Le reti in orbita bassa, come Starlink, rappresentano una soluzione complementare, non sostitutiva. “Non esiste un passaggio immediato a sistemi alternativi”, ha chiarito Kotkin nell’intervista. Il sistema globale, di fatto, non ha un vero piano B.

Alla fine, lo Stretto di Hormuz diventa il punto in cui si sovrappongono due dipendenze: quella energetica e quella digitale. La prima è evidente, la seconda molto meno. Ma è proprio questa invisibilità a renderla più pericolosa. Perché finché tutto funziona, nessuno se ne accorge. Quando si rompe, invece, è già troppo tardi per ignorarla.


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