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Hezbollah cambia la guerra dei droni e Israele scopre il buio

I nuovi attacchi notturni con droni FPV nel Libano del Sud allarmano l’IDF e riaprono il problema del cessate il fuoco violato

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Hezbollah cambia la guerra dei droni e Israele scopre il buio

Il Libano del Sud sta mostrando a Israele una versione più insidiosa della guerra con Hezbollah, fatta di piccoli droni esplosivi, voli notturni, sensori termici e soldati costretti a muoversi sapendo che anche il buio ha smesso di proteggerli. Dopo la morte del sergente maggiore Michael Tyukin, 21 anni, di Ashkelon, e del sergente maggiore Adam Tzarfati, 20 anni, di Rosh HaAyin, l’allarme dentro l’IDF riguarda ormai una domanda precisa. Hezbollah ha imparato a colpire di notte con droni FPV capaci di individuare le tracce di calore dei militari israeliani?

La risposta, almeno secondo le prime valutazioni operative e secondo diversi esperti, va presa molto sul serio. Fino a pochi giorni fa l’esercito israeliano riteneva che questi droni esplosivi, guidati in prima persona dall’operatore, avessero limiti significativi nelle ore notturne. La comparsa di attacchi efficaci dopo il tramonto cambia invece il quadro tattico lungo la Linea Gialla, l’area di sicurezza nella quale le forze israeliane cercano di muoversi riducendo al minimo la vulnerabilità.

Il primo episodio è avvenuto sabato sera, quando un drone di Hezbollah ha colpito una posizione in cui operavano soldati dell’unità di ricognizione della brigata Givati. Tyukin, immigrato dall’Ucraina in Israele nel 2020 insieme alla madre, è rimasto ucciso e altri soldati sono stati feriti. Nelle ore successive un nuovo attacco ha colpito le forze nel settore di Beaufort, dove Israele ha ripreso il controllo della storica fortezza crociata, simbolo militare e psicologico del fronte libanese. In quell’area è stato ucciso anche il capitano dottor Ori Yosef Silvester, medico del battaglione Shaked della brigata Givati.

Il punto delicato riguarda la rapidità con cui Hezbollah sta adattando le proprie tecniche. All’inizio della campagna, secondo fonti militari israeliane, i miliziani usavano soprattutto razzi e missili anticarro. Dopo essere stati respinti in diversi settori, hanno aumentato l’impiego dei droni carichi di esplosivo, affinando pilotaggio, scelta dei bersagli e capacità di avvicinamento alle unità israeliane. L’IDF ha reagito con reti difensive, procedure di allerta più rigide e sistemi di intercettazione dedicati, ma i droni FPV restano difficili da fermare, soprattutto quando volano bassi, sono piccoli e vengono guidati fino all’impatto.

Cameron Chell, amministratore delegato di Draganfly ed esperto di tecnologia dei droni, ha spiegato a Fox News che Hezbollah starebbe usando sensori termici per individuare di notte le forze israeliane attraverso le tracce di calore. La tecnologia in sé non è nuova, e proprio questo rende il problema più inquietante. Servono componenti relativamente accessibili, catene di rifornimento elastiche e operatori addestrati abbastanza da trasformare strumenti commerciali o semi-commerciali in armi da campo. Dietro questa evoluzione si intravede la mano dell’Iran, che da anni alimenta le capacità missilistiche e aeree dei suoi proxy regionali.

Per Israele il problema militare diventa subito politico. Il cosiddetto cessate il fuoco sul fronte libanese continua a produrre morti, feriti, sirene nel nord, scuole chiuse e comunità di confine che vivono in una normalità solo apparente. Un soldato israeliano citato dalla stampa ebraica ha riassunto con amarezza il sentimento diffuso tra le truppe, parlando di quindici morti durante un cessate il fuoco che nei fatti non esiste. È una frase dura, perché dice ciò che la diplomazia spesso lascia fuori campo. Quando Hezbollah continua a colpire e l’IDF continua a operare per impedirgli di ricostruire postazioni, depositi e linee di fuoco, la tregua diventa un lessico per conferenze stampa, mentre sul terreno resta guerra.

La nuova minaccia costringe l’esercito israeliano a rivedere abitudini consolidate. Muoversi di notte, usare mezzi pesanti, restare fermi troppo a lungo, operare vicino a edifici sospetti o in aree da cui Hezbollah può lanciare droni, tutto diventa più rischioso. Persino bulldozer ed escavatori, indispensabili per lavori di ingegneria militare, sono stati ridotti perché troppo visibili e troppo vulnerabili. Le reti anti-drone, le armi a disturbo elettronico e le protezioni improvvisate davanti a veicoli e installazioni indicano una guerra che torna a essere artigianale proprio mentre diventa tecnologica.

Hezbollah, guidato oggi da Naim Qassem, presenta i droni come una prova di forza. Israele li considera invece la conferma di una minaccia in continua mutazione, sostenuta da una filiera esterna e da un apprendimento rapido sul campo. La battaglia del Libano del Sud, dunque, riguarda anche il futuro prossimo delle guerre asimmetriche. Costa poco colpire, costa moltissimo difendersi, e ogni innovazione del gruppo terroristico obbliga uno Stato avanzato a ripensare procedure, protezioni, tempi e movimenti.

La domanda decisiva, per Israele, riguarda il prezzo dell’adattamento. Se Hezbollah riesce a vedere nel buio, l’IDF deve imparare a rendersi meno visibile anche quando la notte sembrava dalla sua parte. È una lezione brutale, pagata con il sangue di soldati giovanissimi, e dice qualcosa che Gerusalemme conosce bene. Nel Medio Oriente di oggi ogni tregua fragile può diventare il laboratorio della prossima minaccia.