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Hamas apre al disarmo ma Israele vuole lo smantellamento totale

Nei colloqui mediati da Egitto e Stati Uniti emergono segnali di svolta sulla questione delle armi ma restano aperti i nodi del ritiro israeliano e del futuro governo della Striscia

Alessandro Carmi

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Hamas apre al disarmo ma Israele vuole lo smantellamento totale

Per la prima volta dall’inizio della guerra, Hamas avrebbe accettato di discutere una formula concreta per la consegna e l’immagazzinamento delle proprie armi. La novità emerge dai negoziati in corso al Cairo, dove mediatori egiziani, rappresentanti statunitensi e altri interlocutori internazionali stanno cercando di costruire un’intesa capace di aprire una nuova fase dopo mesi di combattimenti nella Striscia di Gaza.

Secondo fonti vicine ai colloqui, sarebbe stata individuata una possibile soluzione per affrontare il tema più delicato dell’intera trattativa. Alcuni armamenti verrebbero consegnati e custoditi all’interno di un meccanismo sottoposto a controlli rigorosi, mentre il futuro assetto amministrativo della Striscia verrebbe affidato a un organismo civile distinto dall’organizzazione islamista. Si tratta comunque di una fase negoziale ancora estremamente fragile, nella quale ogni dettaglio resta oggetto di confronto.

Da parte israeliana il principio guida continua a essere uno solo. La guerra potrà dirsi conclusa soltanto quando Hamas sarà completamente privato delle proprie capacità militari. Per il governo di Benjamin Netanyahu il semplice deposito delle armi non è sufficiente se non sarà accompagnato da uno smantellamento verificabile dell’intero apparato militare, compresi gli arsenali, le infrastrutture sotterranee, i siti di produzione e le reti logistiche costruite in quasi vent’anni di controllo della Striscia.

Nelle ultime ore la cosiddetta Peace Council for Gaza, l’organismo palestinese sostenuto nell’ambito del progetto di amministrazione postbellica, ha parlato di una tabella di marcia che prevede l’eliminazione di tutte le armi, pesanti e leggere, la distruzione dei tunnel e l’applicazione del principio di “un’unica autorità, un’unica legge e un’unica forza armata”. Secondo questa impostazione, al termine del processo Hamas non conserverebbe alcun ruolo nel governo di Gaza, né ufficiale né informale.

Fonti palestinesi vicine al movimento islamista descrivono invece una realtà più sfumata. L’intesa allo studio prevederebbe limitazioni severe soprattutto per gli armamenti pesanti e per le capacità offensive più sofisticate, mentre alcune componenti dell’apparato di sicurezza verrebbero inserite in un sistema di supervisione palestinese con garanzie internazionali. Una formulazione che Israele teme possa lasciare ad Hamas margini per ricostruire in futuro la propria forza militare.

Accanto alla questione del disarmo resta aperto il tema del ritiro israeliano. Hamas continua a chiedere un’uscita completa delle Forze di difesa israeliane dalla Striscia e la cessazione delle operazioni mirate contro i propri comandanti. Israele, al contrario, considera indispensabile che qualsiasi ridispiegamento sia subordinato alla verifica effettiva dello smantellamento dell’organizzazione e all’istituzione di un sistema di controllo capace di impedire un nuovo riarmo.

I mediatori, con il sostegno di Washington, stanno lavorando per conciliare queste posizioni attraverso un percorso graduale scandito da verifiche indipendenti. L’obiettivo è evitare che la fiducia reciproca, praticamente inesistente, diventi il fondamento dell’accordo. Ogni passaggio dovrebbe infatti essere certificato prima di consentire quello successivo.

L’esito della trattativa dipenderà dalla capacità delle parti di superare proprio il nodo delle armi. Se Hamas accetterà davvero un disarmo completo e verificabile, si aprirà una prospettiva inedita per il futuro della Striscia. Se invece le formule negoziali dovessero lasciare spazio a interpretazioni divergenti, il rischio è che l’intesa si blocchi ancora una volta, rinviando sia la ricostruzione di Gaza sia la definizione di un nuovo equilibrio politico e di sicurezza nell’enclave palestinese.