Israele ha autorizzato l’ingresso limitato nella Striscia di Gaza di una forza internazionale e l’avvio di un progetto pilota per la ricostruzione dell’area di Rafah. La decisione del gabinetto politico e di sicurezza apre così una nuova fase del piano americano per il futuro dell’enclave, mentre Hamas conserva ancora armi, uomini e capacità di riorganizzazione.
Il progetto prevede la creazione di una zona destinata inizialmente a un numero limitato di abitanti di Gaza, sottoposti a controlli per escludere legami con Hamas. Nell’area dovrebbero essere installate abitazioni temporanee, infrastrutture per l’acqua, l’elettricità e le fognature, strutture sanitarie e servizi per la distribuzione degli aiuti umanitari.
La sicurezza dovrebbe essere affidata alla International Stabilization Force, una forza multinazionale prevista dal piano promosso dal presidente americano Donald Trump. Un primo contingente di circa duecento persone potrebbe provenire da Paesi considerati amici di Israele. Tra quelli indicati figurano Marocco e Uganda, mentre Kosovo, Kazakistan e Albania hanno manifestato la disponibilità a partecipare alla missione.
L’ingresso di ogni gruppo dovrà comunque essere approvato singolarmente dal primo ministro, dal ministro della Difesa e dal ministro degli Esteri israeliani. La forza opererà in coordinamento con l’esercito e nelle aree che Hamas non controlla. Al comando è stato designato il generale americano Jasper Jeffers.
L’amministrazione civile della zona dovrebbe spettare al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, composto da tecnocrati palestinesi e sostenuto dal cosiddetto Consiglio per la pace. Il progetto punta a creare un’alternativa concreta al governo di Hamas, trasferendo gradualmente la popolazione verso aree nelle quali l’organizzazione terroristica non possa controllare gli aiuti, imporre la propria autorità o reclutare nuovi uomini.
La decisione ha però suscitato una forte reazione nelle comunità israeliane vicine alla Striscia. Michal Uziyahu, presidente del Consiglio regionale di Eshkol, ha scritto a Benjamin Netanyahu e ai ministri del gabinetto chiedendo che nessuna ricostruzione proceda prima del completo disarmo di Hamas.
Per gli abitanti del Negev occidentale la questione ha un significato immediato. Le comunità di Eshkol, Sderot e degli altri centri del confine furono investite direttamente dall’attacco del 7 ottobre 2023. Centinaia di residenti furono assassinati o rapiti e numerosi villaggi rimasero evacuati per mesi.
Uziyahu ha avvertito che il recupero delle infrastrutture civili di Gaza potrebbe svolgersi parallelamente alla ricostituzione delle capacità militari di Hamas. L’organizzazione ha già dimostrato in passato di saper utilizzare periodi di relativa calma e risorse destinate alla popolazione per ricostruire tunnel, arsenali e strutture di comando.
La ministra Orit Stroock, contraria al progetto, ha ricordato che la distruzione delle capacità militari e di governo di Hamas e la completa smilitarizzazione della Striscia restano obiettivi ufficiali della guerra. Anche alcuni movimenti dei residenti hanno accusato il governo di rischiare un ritorno alla logica precedente al 7 ottobre, fondata sulla convinzione che il miglioramento delle condizioni economiche potesse contenere l’aggressività di Hamas.
Il governo sostiene invece che l’esperimento di Rafah non rappresenti una concessione all’organizzazione terroristica. Le zone pilota dovrebbero sorgere esclusivamente nei territori che Hamas non controlla e l’esercito israeliano manterrà le proprie posizioni lungo la cosiddetta linea gialla. Nessun ritiro più ampio, assicurano fonti governative, avverrà prima del disarmo dell’organizzazione.
Resta però una questione decisiva. Avviare la ricostruzione prima che Hamas abbia consegnato le armi significa separare, almeno temporaneamente, il recupero civile dalla smilitarizzazione. Per il governo è un modo per indebolire Hamas offrendo alla popolazione un’alternativa. Per gli abitanti del confine è un rischio già conosciuto, pagato il 7 ottobre al prezzo più alto.