Almeno diciotto palestinesi presentati durante la guerra di Gaza come medici, infermieri, paramedici o dipendenti delle strutture sanitarie risultano essere stati anche membri di Hamas o del Jihad islamico palestinese. A documentarlo sono gli stessi gruppi armati, che negli ultimi mesi hanno cominciato a pubblicare necrologi e commemorazioni dei propri uomini caduti, indicando in diversi casi ruoli e unità di appartenenza. Il confronto tra questi annunci e le liste degli operatori sanitari uccisi ha fatto emergere una sovrapposizione rimasta finora in larga parte sconosciuta.
L’indagine, condotta dal Times of Israel sulla base di una prima ricerca di Salo Aizenberg, riguarda diciotto persone i cui nomi compaiono sia nelle banche dati dedicate al personale sanitario morto durante il conflitto sia negli elenchi diffusi successivamente da Hamas e Jihad islamica. In alcuni casi le organizzazioni palestinesi hanno pubblicato anche fotografie degli uomini in uniforme e specificato gli incarichi ricoperti nelle rispettive strutture militari.
Tra gli esempi più significativi figura Mohammed Akram al-Kafarna, dirigente a Gaza del sindacato palestinese degli infermieri e delle ostetriche, ucciso nel settembre 2025 e ricordato dall’International Council of Nurses come uno dei leader della professione infermieristica palestinese. Hamas lo ha successivamente indicato come proprio combattente nel battaglione Nidal Nasser della Brigata Gaza Nord, pubblicandone un’immagine in equipaggiamento militare e con un fucile.
Un altro caso riguarda Ahmad Adel Abu al-Hilal, descritto da fonti palestinesi come infermiere dell’European Hospital di Khan Younis. Il Jihad islamico lo ha poi commemorato come comandante di squadra nell’unità centrale di informazione della Brigata Rafah. Ayman Suleiman Abu Tir, indicato dal sindacato degli infermieri come dipendente del Nasser Hospital e da altre fonti come responsabile della nutrizione clinica, risulta invece negli annunci del Jihad islamico come comandante della sua unità centrale operativa.
Particolarmente significativo è il caso di Fadi Jihad al-Wadiya, fisioterapista di Médecins Sans Frontières ucciso il 25 giugno 2024. All’epoca Israele sostenne che fosse un esponente del Jihad islamico, accusa che MSF dichiarò di non poter confermare. Quasi due anni dopo, nel febbraio 2026, lo stesso Jihad islamico lo ha incluso tra i propri membri, assegnandogli un incarico nell’unità di produzione militare. MSF ha quindi aggiornato la pagina dedicata al proprio dipendente, precisando di non avere avuto, prima della sua morte, informazioni su una sua eventuale attività militare.
Le nuove informazioni acquistano un peso particolare perché la sorte del personale sanitario e degli ospedali di Gaza è stata uno dei terreni più controversi dell’intera guerra. Organizzazioni internazionali e gruppi per i diritti umani hanno accusato Israele di aver colpito sistematicamente il sistema sanitario della Striscia, mentre l’esercito israeliano ha sostenuto per tutta la durata del conflitto che Hamas utilizzasse ospedali, ambulanze e altre strutture protette per attività operative, depositi di armi, centri di comando e tunnel.
L’emergere di una doppia appartenenza in almeno alcuni casi impone quindi una maggiore cautela nell’interpretazione delle statistiche. Essere medico, infermiere o paramedico non esclude di per sé l’appartenenza a un’organizzazione armata, così come l’appartenenza a Hamas o al Jihad islamico non dimostra automaticamente che una persona stesse partecipando ai combattimenti nel momento in cui è stata uccisa. La distinzione resta essenziale anche sul piano del diritto internazionale.
Il problema riguarda soprattutto l’affidabilità delle categorie utilizzate per raccontare il conflitto. Le statistiche diffuse dal ministero della Sanità di Gaza, controllato da Hamas, non distinguono tradizionalmente tra civili e combattenti, mentre numerosi database internazionali classificano le vittime secondo la loro professione. Un combattente che lavori anche in ospedale può quindi continuare a comparire semplicemente come “operatore sanitario”.
Le commemorazioni pubblicate oggi da Hamas e Jihad islamica aprono così una nuova fase nella ricostruzione di ciò che è accaduto a Gaza. A guerra avanzata, e con una quantità crescente di documentazione resa pubblica dalle stesse organizzazioni palestinesi, molte delle classificazioni formulate nei mesi più caotici del conflitto dovranno essere riesaminate. Per capire chi sia morto a Gaza e in quali circostanze serviranno sempre più documenti, verifiche incrociate e meno automatismi.