Home > Attualità > Fuochi di guerra. Vicina un’intesa tra Usa e Iran?

Fuochi di guerra. Vicina un’intesa tra Usa e Iran?

In una situazione in costante mutamento, potrebbero definirsi nuovi equilibri

Lodovico Festa

Tempo di Lettura: 4 min
Fuochi di guerra. Vicina un’intesa tra Usa e Iran?

L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping sembra aver messo le basi per un’intesa tra Iran e Stati Uniti che riapre lo Stretto di Hormuz e blocca – o, almeno, frena per un lungo periodo – i tentativi di Teheran di dotarsi di una bomba nucleare. Di fatto, se una crisi globale condannava quasi sicuramente i Repubblicani a perdere le elezioni di midterm, per chi governa l’antico Impero di Mezzo affrontare una recessione mondiale può significare aprire la via per quelle ben più catastrofiche sommosse contadine che segnano la millenaria storia della Cina.

La situazione è ancora piuttosto fluida e nulla può essere è scontato. Né, per esempio, tra le variabili ancora non ben definite, si può ancora valutare quanto la tendenza della nuova Casa Bianca a decisioni unilaterali possa provocare scossoni nell’Indopacifico (a partire da Taiwan e anche dal Giappone, contro il cui riarmo nucleare ha già protestato Pechino).Solo quando le intese si saranno consolidate si potranno veramente fare i conti con il nuovo scenario che si sarà aperto.

Senza dubbio il regime degli ayatollah, peraltro oggi più militare che religioso, si è molto indebolito, e così la sua capacità di sostenere le sue varie propaggini terroristiche, tipo gli Hezbollah. Ed è anche possibile che nel medio periodo questo regime potrebbe anche crollare e aprire la strada a un esito liberaldemocratico. I limiti militari (innanzi tutto la rinuncia, determinata da vincoli politici ritenuti insuperabili, a far intervenire truppe di terra nei combattimenti, anche in singole aree come l’isola di Kargh o i siti dei giacimenti di uranio arricchito) hanno però al momento consentito al fondamentalismo sciita di mantenere la presa sull’ex Persia.

Un risultato positivo prodotto dalla prima fase dell’intervento dell’IDF e dell’US Army — la rivolta contro gli iraniani (che li bombardavano) dei vari Stati del Golfo (dai sauditi agli emiratini, al Kuwait, all’Oman, al Qatar) — si è in parte attenuato: Pakistan e Turchia sono intervenuti a difendere la Penisola arabica ma tentano di emarginare Israele e, con questo obiettivo, hanno cercato convergenze con Pechino. A sua volta Nuova Delhi, che pure ha legami sempre più stretti con Gerusalemme, non ha mancato di giocare di sponda – in funzione anticinese e antipakistana – con la stessa Teheran.

Ai cantori di un ordine mondiale multilateralista sfugge quanto sia instabile questo tipo di ordine e quanto ricordi lo stato dei rapporti “multilaterali” dei sonnambolici Stati europei alla vigilia della Prima guerra mondiale. Chi lavora per una pace non fondata sulle sabbie mobili ma su un terreno solido deve analizzare con scrupolo la situazione, capire quali sono le forze che lavorano per la stabilità, quelle che cercano spazi opportunistici per sfruttare il momento e le tendenze apertamente eversive. In un contesto in cui Washington alterna alla tradizionale leadership dell’Occidente la vocazione a smontare certi equilibri consolidati (con qualche ragione nel merito ma anche con tragici errori nel metodo), l’Europa dovrebbe svolgere un ruolo di supplenza alle carenze, soprattutto politiche, dell’amministrazione Trump. Anche nel Vecchio Continente non manca chi cerca il ruolo da “topino nel formaggio” della crisi globale: così un sostanzialmente antisemita e filocinese Pedro Sanchez, così in qualche occasione il piccolissimo Napoleone Emmanuel Macron.

Non mancano però politici europei sia del Nord, sia dell’area mediterranea, sia del centro dell’Europa con un forte senso di responsabilità. Costoro devono rendersi conto che è finita la stagione delle prese di posizione retoriche e che si deve passare ai fatti.

Quattro sembrano le scelte che Bruxelles e la grande maggioranza degli Stati membri dell’Unione potrebbero rapidamente e concretamente prendere: la prima è quella di sostenere rapidamente la costruzione del Corridoio economico India-Medio Oriente-Mediterraneo, dando così una base ben saldamente materiale a Nuova Delhi per una politica di stabilità in tutta l’area che va dall’Indopacifico fino al Baltico (probabilmente portandosi così dietro anche un Egitto abbastanza incerto sui propri sbocchi politici); la seconda riguarda l’impegno nel Piano Mattei proposto dall’Italia per contenere/contrattare le influenze cinesi e contrastare un fondamentalismo islamico ben radicato in Africa; la terza è diretta alla costruzione di un patto per la sicurezza della Penisola arabica, che protegga tutta l’area da Aleppo ad Aden, che contrasti nuove aggressioni di Teheran e dei suoi proxy in Libano, Gaza, Cisgiordania, Iraq e Yemen; e l’ultima è la necessità di fare proposte economiche ad Ankara – come del resto chiede anche l’opposizione, pur perseguitata dal presidente in carica – per assorbire le tentazioni e, in molti casi, gli “atti” destabilizzanti della Turchia, in primo luogo proprio in Medio Oriente.