In Israele, a differenza di molti Paesi sviluppati del mondo occidentale, un cittadino residente all’estero non può votare alle elezioni presso ambasciate o consolati, ma deve recarsi fisicamente in Israele per esercitare il proprio diritto di voto. Possono votare nei consolati all’estero soltanto i diplomatici, i militari di stanza in altri Paesi e alcune altre categorie titolari di incarichi particolari.
In passato la questione è stata discussa molte volte e più volte si è cercato, alla Knesset, di modificare la legge per consentire agli israeliani che lo desiderano di votare più facilmente anche dal luogo in cui risiedono all’estero. Naturalmente si è sempre posta anche una questione politica: il voto degli israeliani residenti all’estero favorirebbe la sinistra o la destra? È un interrogativo antico. A questo se ne aggiunge un altro, di principio: una persona che non vive in patria e non sperimenta la complessità della sua realtà quotidiana, anche se vi è nata ma ha poi scelto, per varie ragioni, di trasferirsi all’estero, ha il diritto di partecipare alle decisioni sul destino dello Stato?
La legge israeliana, su questo punto, è molto semplice: chiunque possieda un passaporto israeliano ha diritto di votare alle elezioni in Israele. Ma deve recarsi fisicamente nel Paese. Le prossime elezioni si terranno il 27 ottobre e si sta verificando un fenomeno senza precedenti. Migliaia di israeliani residenti all’estero vogliono esercitare questo diritto e tornare in patria per votare. Sembra che moltissimi comprendano perfettamente quanto saranno decisive queste elezioni.
Nelle conversazioni e nelle interviste rilasciate nelle ultime settimane ai media israeliani, tutti hanno sottolineato il dovere morale e il peso storico della decisione di recarsi in Israele per partecipare alle elezioni e contribuire a definire il Paese che emergerà dalle urne. Tutti sentono il bisogno di esserci e avvertono la responsabilità legata al modo in cui Israele si presenterà in futuro.
Secondo i dati ufficiali dell’anagrafe dello Stato di Israele, oggi circa 650.000 israeliani vivono all’estero. Se si considerano anche i loro discendenti, i figli nati fuori da Israele, il numero potrebbe superare i 900.000. Secondo quanto riportato nelle ultime settimane, questa volta decine di migliaia di loro intendono recarsi in Israele per votare.
Queste elezioni sono considerate troppo importanti e decisive, sotto ogni punto di vista, per rimanere indifferenti. Nell’Israele successivo alla rivoluzione giudiziaria iniziata quattro anni fa con l’insediamento dell’attuale governo, e soprattutto dopo il massacro del 7 ottobre, moltissimi israeliani residenti all’estero, alcuni dei quali ormai da moltissimi anni, sentono di non poter restare indifferenti e comprendono quanto ogni singolo voto sia importante per determinare il volto dell’Israele di domani.
In Europa e negli Stati Uniti esistono persino alcune organizzazioni, come “Aid Coalition“, che hanno avviato iniziative per fornire assistenza logistica agli israeliani intenzionati a recarsi in patria per votare, verificando tra l’altro i prezzi dei voli e cercando le soluzioni più economiche possibili, in modo da consentire al maggior numero possibile di affrontare il viaggio e partecipare alle elezioni.
Secondo un sondaggio pubblicato recentemente da uno dei media israeliani, sulla base dei dati della stessa organizzazione, circa l’84% degli israeliani residenti all’estero che hanno partecipato all’indagine ritiene che queste elezioni siano particolarmente «critiche» per il futuro del Paese. Il 73% degli intervistati ha dichiarato di voler tornare per votare e il 54% ha indicato nel prezzo dei voli il principale ostacolo che potrebbe impedirgli di farlo.
E infatti, negli ultimi giorni, sono stati pubblicati innumerevoli articoli su israeliani disposti a pagare anche migliaia di dollari per raggiungere Israele da ogni angolo del mondo pur di votare. Si è parlato di persone che hanno pagato da 500 dollari per una sola tratta fino a 1.900 dollari da New York e da altre località degli Stati Uniti, e persino di cittadini che hanno speso 4.000 dollari pur di partecipare.
Se già due settimane fa si erano registrati 25.000 israeliani, oggi si stima che il numero effettivo di coloro che stanno programmando di tornare per le elezioni e votare in Israele possa avvicinarsi a 70.000. È anche l’obiettivo delle organizzazioni che li stanno aiutando a rientrare. Circa la metà degli israeliani che arriveranno dovrebbe provenire dagli Stati Uniti e l’altra metà da diversi Paesi del mondo, soprattutto europei, tra cui Germania, Francia, Regno Unito, Svizzera, Italia e altri Paesi. Va precisato che le organizzazioni coinvolte sottolineano come l’assistenza fornita a questi israeliani sia del tutto priva di finalità politiche e che a nessuno viene chiesto per chi intenda votare.
Nel sistema politico israeliano, e soprattutto nell’area di destra, si tende a ritenere che la maggioranza degli israeliani residenti all’estero intenzionati a tornare appartenga all’elettorato di centro-sinistra. Questa volta, tuttavia, si registra un fortissimo interesse anche in aree che non possono certo essere considerate roccaforti della «sinistra», come la Florida e la California.
Alcuni israeliani intervistati dai media nazionali hanno dichiarato esplicitamente che la loro intenzione è rafforzare il primo ministro Netanyahu e la sicurezza di Israele. Altri hanno invece spiegato di sentire la necessità di contribuire a cambiare la situazione attuale, riportare Israele sulla giusta strada e determinare un cambiamento negli equilibri politici. In ogni caso, questa volta il voto degli israeliani che non vivono in patria è caratterizzato da una fortissima partecipazione emotiva e dalla sensazione di condividere un destino comune.
Sono già emerse, tuttavia, accuse secondo cui molti israeliani incontrerebbero difficoltà logistiche nell’ottenere dal ministero dell’Interno la documentazione necessaria per individuare ufficialmente il seggio presso il quale potranno votare. Il ministero dell’Interno sostiene che si tratti principalmente di problemi tecnici e che ogni israeliano dovrebbe ricevere una risposta. Molti, però, accusano esponenti politici all’interno del dicastero di cercare deliberatamente di rendere più difficile il percorso di questi elettori, sottoponendoli a una trafila burocratica complicata, senza assistenza umana e attraverso applicazioni e siti internet che non funzionano, con l’obiettivo di sfiancarli e impedire loro di verificare per tempo tutti i propri diritti.
Un fenomeno piacevole e commovente accompagna infine l’ondata di israeliani che si prepara a raggiungere il Paese, mettendo da parte il lavoro e gli altri impegni. Decine di israeliani hanno creato gruppi dedicati su Facebook nei quali offrono gratuitamente le proprie abitazioni a chi arriverà in Israele durante il periodo elettorale. Tutto questo per alleggerire il peso economico di questa grande mobilitazione per il voto.