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Dal fiume al mare, quando le parole cambiano il significato della guerra

Dallo slogan adottato da Hamas alle cronache dei quotidiani italiani: il peso delle parole e delle omissioni nel racconto del conflitto israelo-palestinese

Anna Borioni

Tempo di Lettura: 5 min
Dal fiume al mare, quando le parole cambiano il significato della guerra

Mi sono imbattuta in un articolo pubblicato dal Corriere.it il 15 novembre 2023, nel quale Lorenzo Stasi cerca di spiegare il significato dello slogan “From the river to the sea”. Il giornalista lo presenta come una frase “apparentemente banale”, diventata una delle icone del conflitto israelo-palestinese e capace di sintetizzare le rivendicazioni territoriali palestinesi. Richiamando una ricostruzione del New York Times, ne colloca le origini negli anni Sessanta e ricorda che lo slogan compare anche nel documento programmatico di Hamas del 2017. Lo interpreta inoltre come espressione del desiderio palestinese di tornare nelle terre abitate prima del 1947.

L’aspetto più interessante di questo articolo è che, letto tre anni dopo la sua pubblicazione, offre lo spunto per riflettere su quanto il linguaggio utilizzato per descrivere il conflitto ne abbia influenzato la comprensione e su come alcune formule della propaganda di Hamas abbiano trovato spazio nel dibattito pubblico fin dall’inizio.

Quando Stasi scrive, è trascorso poco più di un mese dal massacro del 7 ottobre. Il giornalista riconosce esplicitamente che lo slogan può implicare il mancato riconoscimento dell’esistenza di Israele e che proprio per questo è stato accusato di veicolare violenza e antisemitismo. È una precisazione importante. Resta, tuttavia, una questione che merita attenzione. Nel “manifesto programmatico” lo slogan compare in questa frase “Hamas rifiuta ogni alternativa alla piena e completa liberazione della Palestina, dal fiume al mare” esprimendo un progetto incompatibile con l’esistenza dello Stato d’Israele. Ed è proprio questo significato, esplicitamente presente nella posizione di Hamas, che rischia di passare in secondo piano quando l’espressione viene letta attraverso la lente delle rivendicazioni territoriali palestinesi. Visto sotto questa luce lo slogan acquista un’aura di rivendicazione romantica, “cool”, di lotta anticoloniale, oscurando la dimensione eliminazionista che assume nell’ideologia di Hamas, fino a rendere possibile, nelle sue interpretazioni più estreme, una lettura del 7 ottobre come atto di resistenza.

In questi anni, leggendo molte cronache della guerra pubblicate dalle testate nazionali, l’orrore del pogrom del 7 ottobre, gli obiettivi dichiarati di Hamas e le responsabilità dell’organizzazione terroristica nel conflitto sono andate diluendosi, mentre il centro dell’informazione è stato occupato dalle narrazioni e i numeri sulla guerra rilasciati dal Ministero della Sanità di Gaza, dalla Protezione civile di Gaza, dagli ospedali di Gaza, istituzioni controllate da Hamas, riproposti al mondo come verità. Senza voler sminuire le sofferenze della popolazione civile palestinese, né negare il diritto di critica legittima al governo israeliano, si tratta di dati che avrebbero meritato e meritano di essere esaminati con rigore, prendendo in considerazione la parzialità delle fonti; distinguendo le informazioni documentate, le stime e gli aspetti ancora controversi, a cominciare dalla composizione delle vittime tra civili e combattenti.

Un esempio di quanto il linguaggio possa incidere sulla percezione degli avvenimenti viene da un servizio di Fabio Tonacci, con fotografie di Fabio Bucciarelli, pubblicato su Repubblica il 27 ottobre 2026, intitolato “Nel villaggio dei Pionieri pronti a colonizzare Gaza. ‘L’Idf ci aprirà i cancelli’”. L’articolo racconta di un gruppo di aspiranti coloni accampato in territorio israeliano, a circa un chilometro dalla barriera che delimita la Striscia, in attesa di poter entrare a Gaza. Nel descrivere l’atteggiamento di una delle protagoniste del reportage, Tonacci commenta “: “I 74mila gazawi uccisi, la distruzione, i miliziani di Hamas, un’intera collettività che non può fuggire né rialzarsi a cui solo rimane di covare vendetta, non la spaventano”.

È una descrizione che suscita alcune domande. “74mila gazawi uccisi”: non si cita la fonte, non si fa alcuna distinzione fra combattenti e civili; “i miliziani di Hamas”: sparita la parola terroristi. Non è la prima volta che nelle cronache giornaliste viene usato questo termine per indicare gli appartenenti a Hamas. E’ una scelta linguistica che ha delle implicazioni interpretative importanti. Secondo l’enciclopedia Treccani, in tempi moderni, la parola miliziani si rifà alla guerra civile spagnola in cui i “milicianos” erano i combattenti nelle file repubblicane, specialmente i volontari delle brigate internazionali. Quindi combattenti per la libertà. Miliziani di Hamas è, di nuovo, un’espressione che confonde, che aiuta a dimenticare la natura terroristica dell’organizzazione e le sue responsabilità nel massacro del 7 ottobre.

“Un’intera collettività…a cui solo rimane di covare vendetta”. Qui Tonacci si fa interprete di un’intera collettività, di due milioni di gazawi a cui non rimarrebbe altro che la vendetta. Non concede alcuno spazio ai tanti palestinesi che si oppongono a Hamas, che ne contestano la feroce dittatura, di cui vorrebbero liberarsi. Un’interpretazione che evita di considerare le responsabilità dell’organizzazione terroristica nella tragedia di Gaza.

Più avanti Tonacci affronta il rapporto fra la società israeliana e il movimento dei coloni, osservando che Israele, prima di diventare uno Stato, sarebbe stato un’avventura coloniale. È un’affermazione storicamente discutibile. Il sionismo nacque nel contesto dei nazionalismi europei e si sviluppò anche come risposta alle persecuzioni antiebraiche e come movimento di autodeterminazione di un popolo legato da millenni alla terra d’Israele. L’immigrazione ebraica nella Palestina ottomana e mandataria ebbe caratteristiche diverse nelle varie fasi storiche e si intrecciò con un conflitto nazionale che coinvolse anche la popolazione araba locale. Ridurre questa vicenda alla categoria di avventura coloniale significa snaturare aspetti essenziali. Anche il rapporto fra la società israeliana e il movimento dei coloni è molto più articolato di quanto possa apparire da una rappresentazione sintetica. In Israele esistono posizioni profondamente differenti sugli insediamenti, sul loro futuro e sulle politiche dei governi che li hanno sostenuti. È una complessità che merita di essere restituita al lettore.

Torniamo allora a “Palestina libera dal fiume al mare” che nel novembre 2023, come riporta Lorenzo Stasi, era già diventata un’icona del conflitto. Un’icona lanciata da un’organizzazione terroristica per rivendicare il progetto di distruzione di Israele, che ha informato di sé le piazze occidentali, i campus universitari, i social media, le cronache giornalistiche. Un’icona “apparentemente banale” che invece è la banalità del male. Messa in pratica, è il 7 ottobre. Un’icona il cui significato non può essere travisato, anche fosse soltanto per una scelta superficiale delle parole.