Si chiama Lira Shapira e rappresenta una delle esperienze più originali di economia comunitaria sviluppate in Israele negli ultimi anni. Il meccanismo è semplice quanto ingegnoso. I residenti raccolgono gli scarti organici prodotti in casa, li pesano e li depositano nei contenitori distribuiti nel quartiere. Per ogni chilogrammo ricevono una “lira”, una sorta di buono che può essere utilizzato per acquistare verdure biologiche, pane artigianale, oli, saponi e altri prodotti realizzati da piccoli produttori locali.
Dietro questa iniziativa non c’è soltanto una sensibilità ecologica. C’è un tentativo concreto di ricostruire legami sociali in una zona di Tel Aviv che per decenni è stata considerata periferica, trascurata e lontana dall’immagine scintillante della città delle startup. Shapira si trova infatti oltre il cavalcavia che separa il centro finanziario dai quartieri popolari del sud. Qui convivono israeliani nati nel Paese, immigrati provenienti dall’ex Unione Sovietica, ebrei bukhariani, lavoratori stranieri, rifugiati africani, famiglie religiose e laiche.
Ogni due settimane il giardino comunitario Tel Hubbes si trasforma in un piccolo mercato. Le persone arrivano con le loro lire di carta, raccolgono pomodori, cetrioli, zucchine e altri ortaggi coltivati sul posto, incontrano i vicini, acquistano prodotti locali e trascorrono qualche ora insieme. In un’epoca in cui molte relazioni sociali si svolgono davanti a uno schermo, il progetto ha riportato nello spazio pubblico una forma concreta di comunità.
L’iniziativa coinvolge oggi circa 300 famiglie e produce tra cinque e dieci tonnellate di rifiuti organici ogni mese. Una parte significativa del compost utilizzato dall’orto proviene proprio da questi scarti. Il risultato è un ciclo quasi completo nel quale ciò che normalmente finirebbe in discarica ritorna a essere una risorsa.
L’idea è nata sette anni fa grazie a Perry Samnon, che ha preso spunto da esperienze internazionali di economia circolare. Con il tempo il progetto è diventato un modello osservato da altre città israeliane. A Haifa è nato ShtarGalim, ad Harish si sta sviluppando Lish Harish, mentre nel kibbutz Tziv’on prende forma AsimonTziv’on. A Beersheva un gruppo di attivisti ha lanciato Groo-v, un nome che richiama contemporaneamente il vecchio grush, la piccola moneta israeliana, e l’iniziale della città.
La forza di queste esperienze sta nella fiducia. Nessun ispettore controlla il contenuto dei sacchi. I residenti registrano autonomamente il peso dei rifiuti e ricevono il corrispettivo in valuta locale. Il sistema funziona grazie alla partecipazione volontaria di decine di persone che si occupano dei contenitori per il compost, della manutenzione dell’orto e dell’organizzazione del mercato.
Israele è spesso raccontato attraverso la guerra, la politica e le crisi regionali. Tutto questo esiste e occupa inevitabilmente una parte enorme della vita pubblica del Paese. Esiste però anche un altro Israele, fatto di cittadini che sperimentano soluzioni pratiche ai problemi quotidiani, trasformando un terreno abbandonato in un giardino produttivo e gli scarti della cucina in uno strumento di coesione sociale.
In un angolo del sud di Tel Aviv, le bucce di verdura e i fondi di caffè hanno acquisito un valore economico. Ancora più importante, hanno acquisito un valore umano.

