A Brooklyn hanno votato su Zoom perché alcuni soci ebrei avevano paura di partecipare fisicamente all’assemblea. Già questo dettaglio basterebbe a raccontare il clima che si respira oggi in una parte della New York progressista, quella che per decenni ha amato considerarsi laboratorio di tolleranza, avanguardia civile, rifugio delle minoranze. Alla Park Slope Food Cooperative, storica istituzione del quartiere liberal per eccellenza, oltre settemila membri si sono collegati online per decidere se boicottare i prodotti israeliani. Il risultato è arrivato dopo settimane di tensioni, accuse reciproche, scontri fuori dal supermercato e discussioni sempre più avvelenate: il 67 per cento ha votato a favore del boicottaggio.
La decisione riguarda una serie di prodotti alimentari provenienti da Israele e dagli insediamenti, fra cui tahina, hummus, olio d’oliva, matzah, peperoni e cosmetici. Formalmente si tratta di una scelta politica legata alla guerra di Gaza. Nella realtà americana del 2026, però, questa vicenda va molto oltre gli scaffali di un negozio biologico. Tocca un nervo ormai scoperto dentro il mondo progressista statunitense, dove l’ostilità verso Israele si intreccia sempre più spesso con un clima pesante verso gli ebrei americani stessi.
Park Slope non è un supermercato qualsiasi. Fondata nel 1973, la cooperativa è diventata negli anni una specie di santuario culturale della sinistra urbana newyorkese, popolato da professionisti liberal, accademici, attivisti e militanti di ogni causa identitaria possibile. Chi entra in quel mondo accetta persino di lavorare qualche ora al mese sugli scaffali o alle casse in cambio di prezzi ridotti e appartenenza comunitaria. Proprio per questo il voto ha assunto un valore simbolico enorme.
Per arrivare all’approvazione del boicottaggio, i promotori hanno persino modificato le regole interne abolendo la soglia del 75 per cento necessaria per decisioni di questo tipo e sostituendola con la maggioranza semplice. Una mossa che ha esasperato ulteriormente i soci contrari, molti dei quali ebrei.
Fra gli interventi più discussi c’è stato quello di Alice Bar, attivista ebrea e storica socia della cooperativa, che ha definito il boicottaggio “un voto contro il genocidio e contro l’apartheid”. Sul fronte opposto, la rabbina Rachel Timoner della Congregation Beth Elohim ha annunciato l’intenzione di lasciare la cooperativa denunciando un clima ormai contaminato dall’antisemitismo. Secondo Timoner, il BDS non punta alla pace ma alla delegittimazione stessa dell’esistenza di Israele.
Nel frattempo, mentre a Brooklyn si discuteva di etica del consumo e “giustizia globale”, nel Queens un uomo mascherato vestito con abiti tradizionali musulmani devastava tavoli e arredi esterni del negozio kosher Bagels & Co., proprietà dell’israeliana Hila Ashkenazi. Le immagini riprese dalle telecamere mostrano un’aggressione furiosa, durata diversi minuti, contro un’attività che espone bandiere israeliane e americane sopra l’ingresso.
La polizia indaga per crimine d’odio e il caso ha provocato nuove polemiche sulla sicurezza della comunità ebraica newyorkese. Moshe Safran, presidente della Jewish Teachers Association del Queens, ha parlato apertamente di “molestie indiscriminate” contro gli ebrei della città, chiedendo maggior protezione per sinagoghe, scuole e attività commerciali.
Intanto Albany si muove più velocemente del municipio di New York. Lo Stato ha appena approvato una legge che introduce una zona di sicurezza attorno ai luoghi di culto e alle scuole religiose, prevedendo arresti e multe per chi molesta i fedeli all’ingresso. Una misura che la governatrice Kathy Hochul ha difeso sostenendo che ogni cittadino deve poter entrare in una sinagoga o in una chiesa senza paura.
La sensazione crescente, però, è che una parte dell’America liberal abbia smesso di vedere gli ebrei come una minoranza da proteggere e abbia iniziato a considerarli una categoria politicamente sospetta, soprattutto quando esprime un legame con Israele. Ed è proprio questo passaggio culturale il dato più inquietante che emerge da Brooklyn: il boicottaggio diventa rispettabile, il sospetto verso gli ebrei trova cittadinanza morale e l’intimidazione si traveste da virtù civile.

