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Boicottato perché israeliano, Nadav Lapid escluso dal FIDMarseille

Nonostante il regista sia da anni critico del governo Netanyahu, ha dovuto lasciare la giuria del prestigioso festival francese dopo le pressioni di alcuni cineasti

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 5 min
Boicottato perché israeliano, Nadav Lapid escluso dal FIDMarseille

Nadav Lapid vive in Francia da diversi anni, critica apertamente le politiche dei governi israeliani, ha costruito la propria reputazione internazionale raccontando con sguardo severo e spesso impietoso le contraddizioni della società israeliana eppure tutto questo non è bastato. Per una parte del mondo cinematografico francese la sua presenza in una giuria è diventata inaccettabile per una ragione che prescinde dalle sue idee politiche: Nadav Lapid è israeliano.

La vicenda che ha investito il regista nelle ultime settimane sta provocando un acceso dibattito nel mondo della cultura europea. Lapid è stato infatti costretto a rinunciare alla partecipazione nella giuria del FIDMarseille, uno dei più importanti festival internazionali dedicati al cinema documentario, sperimentale e d’autore, dopo una campagna di pressione che ha portato diversi registi a minacciare il ritiro delle proprie opere dalla manifestazione.

Secondo quanto ricostruito da Le Monde, la direzione del festival aveva inizialmente invitato Lapid a far parte della giuria ufficiale dell’edizione 2026. La situazione è cambiata quando alcuni autori e gruppi favorevoli al boicottaggio culturale di Israele hanno iniziato a contestarne la presenza e a chiedere pubblicamente la sua esclusione.

Le pressioni sono rapidamente aumentate. Gli organizzatori hanno tentato di trovare una soluzione di compromesso proponendo a Lapid di partecipare soltanto come ospite per la proiezione di Policeman (HaShoter), il film che nel 2011 contribuì a imporlo all’attenzione della critica internazionale. Nemmeno questa soluzione è riuscita a fermare le proteste.

Secondo la direttrice del festival, poco prima dell’apertura del Festival di Cannes è stato lanciato un appello pubblico al boicottaggio e circa una decina di registi selezionati hanno iniziato a ritirare i propri film dal programma. A quel punto la presenza di Lapid è diventata il centro di una crisi che rischiava di compromettere l’intera manifestazione.

La scelta finale è stata quella di chiedere al regista israeliano un passo indietro.

Lapid ha accettato per evitare ulteriori danni al festival, ma le sue dichiarazioni successive rivelano una profonda amarezza. In un’intervista a Le Monde ha accusato gli organizzatori di avere sottovalutato la natura dell’offensiva condotta contro di lui. A suo giudizio non si trattava di una normale contestazione politica, bensì di una strategia di intimidazione alla quale il festival avrebbe dovuto rispondere con maggiore fermezza.

Le sue parole descrivono anche il clima che molti artisti israeliani denunciano di vivere dall’inizio della guerra. “Per un anno il mio film Yes è stato sotto attacco e poi improvvisamente la mia stessa presenza è diventata inaccettabile”, ha dichiarato. “Mi sono chiesto che cosa vogliono davvero. Vogliono che smetta di fare film? Vogliono che lasci la Francia? Fin dove intendono arrivare?”
La particolarità del caso riguarda proprio il profilo di Lapid. Vincitore dell’Orso d’Oro alla Berlinale con Synonymes nel 2019 e autore di opere come Ahed’s Knee, il regista è considerato una delle voci più critiche nei confronti della politica israeliana contemporanea. Nei suoi film compaiono frequentemente riflessioni severe sul nazionalismo, sull’identità israeliana, sul rapporto con l’esercito e sulle scelte dei governi guidati da Benjamin Netanyahu.

Questa posizione non gli ha evitato di diventare un bersaglio.

Uno degli artisti che hanno aderito al boicottaggio ha spiegato che il problema risiederebbe nel fatto che Lapid ha beneficiato in passato dei finanziamenti della Israel Film Fund, il principale organismo pubblico israeliano di sostegno alla produzione cinematografica. Altri contestano l’idea stessa che un autore israeliano possa continuare a operare all’interno delle istituzioni culturali del proprio Paese senza rompere completamente ogni legame con esse.

Tra coloro che hanno ritirato il proprio film figura anche la regista franco-algerina Narimane Mari, secondo la quale la semplice opposizione alle politiche del governo israeliano non sarebbe più sufficiente nell’attuale contesto mediorientale.
La vicenda ha però provocato una reazione altrettanto forte in senso opposto. Diverse personalità del cinema francese e internazionale stanno preparando appelli pubblici in difesa di Lapid, sostenendo che l’esclusione di un autore sulla base della nazionalità rappresenti un precedente pericoloso per la libertà artistica e per l’autonomia delle istituzioni culturali.
Il caso arriva inoltre in un momento particolarmente delicato per il mondo della cultura francese. Dopo il 7 ottobre il confronto su Israele e Gaza ha attraversato festival, università, teatri, musei e centri culturali, generando tensioni che spesso hanno superato i confini del dibattito politico tradizionale.

Proprio qui si colloca il nodo centrale della vicenda Lapid. Nessuno può sostenere seriamente che il regista appartenga all’area politica della destra israeliana o che abbia evitato di criticare il proprio Paese. Eppure la sua cittadinanza israeliana è diventata sufficiente per renderne problematica la presenza in una giuria cinematografica.

Per molti osservatori la domanda che emerge da Marsiglia riguarda il futuro stesso dello spazio culturale europeo. Se un autore viene escluso non per le sue opere, non per le sue dichiarazioni e nemmeno per le sue convinzioni politiche, ma per il fatto di essere israeliano, il problema supera il singolo festival e investe il principio stesso della libertà culturale. Una democrazia matura può certamente discutere, criticare e contestare un artista. Molto più difficile è spiegare perché la sua nazionalità debba trasformarsi in una colpa.