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Arabia Saudita, la svolta contro l’Iran può cambiare il Medio Oriente

Il raid congiunto con gli Stati Uniti in Iraq potrebbe segnare la fine della prudenza di Riyadh e aprire una nuova fase dell’escalation regionale

Emanuele Ottolenghi

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*Emanuele Ottolenghi è un esperto di terrorismo e Medio Oriente. Le opinioni qui espresse sono personali.

Nella notte di martedì 28 luglio, aerei statunitensi e sauditi hanno sferrato attacchi contro obiettivi delle Forze Popolari di Mobilizzazione in Iraq – una milizia sciita irachena allineata al regime iraniano. L’azione congiunta è avvenuta in risposta a molteplici attacchi contro obiettivi sauditi, alcuni dei quali portano la firma delle milizie sciite irachene. Riyadh è scesa in campo, dopo mesi di reticenze: ma l’episodio rappresenta una svolta nella dinamica conflittuale in corso nella regione o è un’eccezione?

I sauditi hanno già gettato acqua sul fuoco, indicando pubblicamente che la loro politica rimane immutata: preferiscono diplomazia e distensione. Ne hanno ben donde: non solo la loro infrastruttura rimane vulnerabile ai ripetuti assalti iraniani ma la decisione di Teheran di attivare gli Houthi in Yemen per cercare di bloccare, dopo Hormuz, anche il secondo passaggio marittimo strategico di Bab El Mandeb, all’ingresso meridionale del Mar Rosso, alza drammaticamente la posta in gioco per Riyadh.

Segnali a parte, però, la partecipazione saudita ad azioni offensive contro assetti iraniani nella regione potrebbe ripetersi. E questo dipende meno da Riyadh e più dalla spericolata strategia che il regime iraniano ha ormai chiaramente adottato nelle ultime settimane. Teheran continua a colpire tutti i paesi della regione (meno Israele e Turchia, potenze militari che il regime a buona ragione teme), ampliando gradualmente il suo raggio d’azione, che nelle ultime ore ha anche investito l’Egitto, dopo molteplici piogge di missili sulla Giordania. Teheran ha scelto la strada dell’escalation, convinta probabilmente di godere di un dominio escalatorio che Washington non sa come contrastare.

A favore al regime ci sono la reticenza dei paesi arabi allineati a Washington a rispondere per le rime, le risposte militari americane finora limitate e a corrente alternata, l’assenza di Israele nel conflitto a meno di una provocazione, il costo economico globale innescato dalla chiusura dei transiti marittimi, l’impopolarità della guerra in Occidente e il calo critico delle scorte americane di intercettori missilistici (secondo quanto riportato dai mezzi stampa internazionale).

D’altro canto, l’attacco congiunto contro assetti iraniani in Iraq – che si somma ai ripetuti attacchi di matrice iraniana contro basi curde nel Kurdistan iracheno – dimostra che tutti i paesi coinvolti – persino l’Iraq – non potranno continuare a ignorare il conflitto. Volenti o nolenti, l’Iran li sta mettendo in condizione di non poter più astenersi dal rispondere. Il rischio, con i continui attacchi, è che Teheran finisca con forzare la mano a chi, finora, ha perorato la causa della diplomazia.

Questo è particolarmente vero con riguardo all’Arabia Saudita. I sauditi hanno sempre tenuto un atteggiamento prudente nei confronti di Teheran, giungendo alla rottura delle relazioni diplomatiche solo in un caso estremo – l’assalto alle sue sedi consolari in Iran nel 2016 – e cercando comunque di ricucire lo strappo in seguito, cosa che avvenne nel 2024 con la mediazione di Pechino. Ma Teheran li sta mettendo all’angolo: gli attacchi a installazioni petrolifere, a navi e a infrastrutture saudite arrivano dai gregari iraniani in Iraq e Yemen, ma a tirarne le fila è il regime a Teheran. E questo solleva un altro grande interrogativo: il Pakistan. Islamabad finora ha giocato al ruolo di mediatore, pur essendo di fatto un partner di Teheran. Ha non solo facilitato il dialogo tra Stati Uniti e Iran, ma ha anche di fatto alleviato la pressione economica imposta dall’amministrazione Trump contro Teheran permettendo il transito di greggio iraniano sul suo territorio e ora, secondo numerose fonti stampa, facilitando il passaggio via Pakistan di armi cinesi per il regime. Ma il Pakistan, potenza nucleare sunnita la cui tecnologia fu in passato trasferita all’Iran degli ayatollah, ha anche un patto difensivo con Riyadh e non potrà continuare a far finta di nulla.

Il gioco all’escalation di Teheran ha dunque non solo il pregio di alzare la posta in gioco per spingere gli Stati Uniti a capitolare e ritornare ad accogliere i termini del memorandum di intendimento così favorevole agli interessi iraniani, ma anche il rischio concreto di allargare il conflitto, convincendo tutti i paesi colpiti dall’aggressione iraniana a cambiar postura. Più Teheran tira la corda, più rischia lo strappo, finendo con aiutare il proprio avversario. Una guerra che nessuno nella regione voleva, se Teheran continuerà il suo corso, potrebbe rapidamente evolversi in un conflitto a cui nessuno potrà più esimersi dal partecipare.