Quando la prima granata entrò nel rifugio, Aner Shapira la raccolse e la lanciò fuori. Quando arrivò la seconda fece la stessa cosa. Poi la terza, la quarta, la quinta. Fino alla settima. Per capire chi fosse Aner Shapira forse basta immaginare quei pochi metri quadrati di cemento la mattina del 7 ottobre 2023. Fuori ci sono i terroristi di Hamas. Dentro sono ammassati giovani fuggiti dal festival Nova. Non c’è una porta da chiudere, nessun riparo dall’ingresso. Aner ha 22 anni, è un soldato della Brigata Nahal, ma quel giorno è in licenza. Non ha un’arma ma soltanto le mani.
Era cresciuto a Gerusalemme, nel quartiere di Arnona, primo di sette figli di Shira e Moshe Shapira. Una famiglia religiosa, ma Aner non è un ragazzo che si lascia rinchiudere facilmente nelle definizioni. Studia, legge, disegna, suona il pianoforte. Ama il rap e l’hip-hop, scrive testi e compone musica. È interessato alla giustizia sociale, discute, pensa, si appassiona. Suo padre racconterà che combatteva anche contro l’omofobia. Vuole entrare nella Sayeret Matkal, l’unità d’élite dello Stato maggiore israeliano, specializzata in ricognizione, operazioni speciali e antiterrorismo. Si ferisce due volte durante le selezioni e alla fine approda alla Nahal e diventa combattente dell’unità da ricognizione.
La notte tra il 6 e il 7 ottobre è al Nova con gli amici. Uno di loro è Hersh Goldberg-Polin, l’amico d’infanzia con il quale condivide musica, discussioni e pezzi di vita. Quando comincia l’attacco cercano di fuggire. Le strade sono sotto il fuoco e finiscono in una migunit, uno di quei piccoli rifugi di cemento costruiti per proteggere dai razzi. Dentro ci sono più di venti persone. Aner capisce molto presto che i razzi sono diventati il problema minore. Si sentono i kalashnikov e i terroristi avvicinarsi.
Aner si mette all’ingresso. Dice agli altri che è un soldato e cerca di calmarli. Poi spiega quello che farà se arriveranno delle granate. Le prenderà e le butterà fuori. È una frase che pronunciata dopo sembra appartenere a un film ma quella mattina diventa un programma d’azione.
La prima granata arriva e Aner la rimanda fuori. Ha pochissimi secondi per vederla, raccoglierla e liberarsene senza sapere da quanto tempo sia stata innescata. Ne arriva un’altra. E un’altra ancora. Le immagini registrate dalla telecamera di un’automobile mostreranno in seguito quel ragazzo fermo all’imboccatura del rifugio mentre dietro di lui gli altri stanno accucciati, le mani sulla testa.
Sette volte Aner raccoglie una granata. Sette volte la getta fuori. Or Levy, che era nel rifugio e sarebbe poi rimasto ostaggio a Gaza, ha raccontato dopo la liberazione un particolare impressionante. Aner gli aveva persino spiegato che cosa fare nel caso fosse stato colpito: guardare il pavimento, non perdere di vista nulla e continuare a respingere le granate. Aner stava organizzando la difesa degli altri anche per il momento in cui lui non fosse più stato in grado di farlo. L’ottava granata esplode e Aner muore.
I terroristi entrano nel rifugio. Uccidono, feriscono, rapiscono. Hersh Goldberg-Polin perde un braccio e viene trascinato a Gaza; sarà assassinato durante la prigionia nell’agosto 2024. Alon Ohel, Eliya Cohen e Or Levy vengono sequestrati e torneranno successivamente in Israele. Altri riescono a sopravvivere, alcuni nascosti sotto i corpi dei morti.
Dopo il massacro cominciano ad arrivare a casa Shapira i ragazzi che erano in quella migunit. Raccontano a Shira e Moshe che cosa aveva fatto loro figlio. I genitori scoprono così gli ultimi minuti della sua vita attraverso le persone che sono vive grazie anche a lui. La madre dirà una cosa che forse racconta Aner meglio di qualsiasi celebrazione. La parola «eroe», sostiene, non gli sarebbe piaciuta. Avrebbe risposto semplicemente che aveva fatto quello che bisognava fare.
È possibile. Ma quella mattina c’erano più di venti persone dentro un rifugio e qualcuno doveva stare davanti e Aner Shapira ci è rimasto fino all’ottava granata. La sua storia non è rimasta soltanto nella memoria di chi era in quel rifugio. Nel settembre 2026, secondo i dati del Progetto nazionale dei nomi, almeno 300 bambini e bambine israeliani portavano il nome Aner in suo ricordo. Prima del 7 ottobre era un nome relativamente raro; molti genitori hanno scelto di darlo ai figli per conservare la memoria di quel ragazzo che, davanti a una pioggia di granate, rimase all’ingresso del rifugio a proteggere persone che neppure conosceva.