Proprio nel giorno in cui le Nazioni Unite invitano il mondo a ricordare le vittime della violenza sessuale nei conflitti armati, un ex ostaggio israeliano di Hamas accusa l’organizzazione di avere voltato lo sguardo altrove. Guy Gilboa-Dalal, sequestrato il 7 ottobre 2023 e detenuto per mesi nella Striscia di Gaza, ha scelto la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sessuale nei conflitti per lanciare un messaggio duro e doloroso: secondo lui, l’ONU non ha riconosciuto fino in fondo la sofferenza subita dagli ostaggi israeliani e continua a trattare le loro testimonianze con un livello di cautela che molte vittime percepiscono come una forma di negazione.
La sua presa di posizione arriva in un momento particolarmente delicato. Dal massacro del 7 ottobre, durante il quale terroristi di Hamas e di altre organizzazioni palestinesi uccisero circa 1.200 persone e ne rapirono centinaia, il tema delle violenze sessuali è diventato uno degli aspetti più controversi e politicamente sensibili dell’intera vicenda. Israele ha sostenuto fin dai primi giorni che gli stupri, le mutilazioni sessuali e altre forme di abuso furono utilizzati come strumenti deliberati di terrore. Per mesi numerose organizzazioni internazionali e movimenti femministi sono stati accusati da esponenti israeliani di aver reagito con lentezza o con eccessiva prudenza di fronte alle prove raccolte.
Le parole di Gilboa-Dalal si inseriscono in questo contesto. Durante un incontro con Michal Herzog, moglie del presidente israeliano Isaac Herzog, l’ex ostaggio ha raccontato di avere deciso di parlare pubblicamente anche per incoraggiare altre vittime a rompere il silenzio. Secondo quanto riferito, ha espresso profonda amarezza per alcuni passaggi contenuti nei rapporti delle Nazioni Unite, nei quali si afferma che determinate accuse avanzate da ex ostaggi non hanno potuto essere verificate in modo indipendente.«L’ONU dovrebbe proteggermi. Chiude gli occhi e si comporta come se tutto questo non fosse mai accaduto», ha dichiarato.
La vicenda tocca una questione particolarmente complessa. Nel marzo 2024 la rappresentante speciale delle Nazioni Unite per la violenza sessuale nei conflitti, Pramila Patten, concluse dopo una missione in Israele che esistevano ragionevoli motivi per ritenere che il 7 ottobre fossero state commesse violenze sessuali, compresi stupri e stupri di gruppo. Allo stesso tempo, l’ONU ha continuato a mantenere un approccio rigoroso sul piano probatorio, sottolineando che alcuni singoli casi non possono essere confermati senza ulteriori verifiche. Proprio questa distinzione tecnica viene percepita da molte vittime e da una parte consistente dell’opinione pubblica israeliana come una forma di scetticismo che non sarebbe stata applicata con la stessa intensità in altri conflitti.
Negli ultimi mesi il dibattito si è ulteriormente acceso dopo le testimonianze rese da ostaggi liberati e da membri delle squadre di soccorso che intervennero nei kibbutz e nei luoghi dei massacri. Alcuni racconti descrivono episodi di violenza sessuale estrema, mentre diverse indagini giornalistiche internazionali hanno raccolto elementi che rafforzano l’ipotesi di un utilizzo sistematico di questi abusi durante l’attacco.
Per Israele la questione ha assunto anche una dimensione simbolica. Molti osservatori ritengono che il ritardo con cui parte della comunità internazionale ha affrontato il tema abbia provocato una frattura profonda nella fiducia verso organismi multilaterali che da decenni si presentano come difensori universali dei diritti umani. Ogni nuova testimonianza riapre dunque una ferita che non riguarda soltanto le vittime dirette, ma anche il rapporto tra Israele e le istituzioni internazionali.
In occasione della ricorrenza del 19 giugno, il ministero degli Esteri israeliano ha pubblicato un messaggio ufficiale in memoria delle vittime e dei sopravvissuti alle violenze sessuali commesse il 7 ottobre e nei giorni successivi. Il comunicato esprime solidarietà a chi continua a convivere con conseguenze fisiche e psicologiche devastanti e ribadisce la richiesta che tali crimini vengano riconosciuti e documentati senza ambiguità.
A oltre due anni e mezzo dal massacro, il confronto resta aperto. Per Guy Gilboa-Dalal la questione non riguarda soltanto l’accertamento dei fatti, ma il diritto delle vittime a essere ascoltate. Ed è proprio questo il paradosso che emerge nella giornata dedicata alle persone sopravvissute alla violenza sessuale in guerra: mentre il mondo ribadisce il dovere di credere alle vittime e sostenerle, una parte di quelle vittime continua a sentirsi invisibile.

