Una busta gialla con un proiettile e una lettera minatoria al sindaco di Varallo, firmata da un sedicente “Movimento Anti Sionista”. La storia ormai è nota: nel mirino c’è il Progetto Baita — l’iniziativa di Ugo Luzzati che da qualche anno favorisce il trasferimento di famiglie israeliane in Valsesia, una valle alpina piemontese segnata da decenni di spopolamento — e le circa settanta famiglie che vi hanno aderito, acquistando case abbandonate, iscrivendo i figli alle scuole locali, imparando l’italiano.
Se vogliamo dirla tutta, per assurdo, il Progetto Baita è quanto di più antisionista si possa pensare, in quanto favorisce l’abbandono d’Israele. Ma ben sappiamo che gli antisemiti non conoscono il significato delle parole e agiscono solo spinti dal loro odio, con i social che fanno da cassa di risonanza. Se così non fosse, non sarebbe potuta nascere la fantasiosa idea che sta circolando in queste ore di una possibile “sostituzione etnica” degli italiani da parte degli israeliani. Ebrei, ovviamente.
Per comprendere l’assurdità della questione, partiamo dai dati ISTAT. Al 1° gennaio 2025, i cittadini con passaporto israeliano regolarmente residenti in Italia sono 2.334, distribuiti su tutto il territorio nazionale. La Lombardia ne ospita 606, il Lazio 345, la Toscana 212. Il Piemonte, la regione in cui si trova la Valsesia, ne conta 197 in totale. Duemila trecento trentaquattro persone in tutto il paese: meno degli abitanti di Noli, in Liguria, meno di qualsiasi comune italiano di media grandezza, su una popolazione nazionale di quasi sessanta milioni.
Ma c’è un secondo aspetto, ancora più significativo del dato numerico, che riguarda la definizione stessa di “israeliano”. Israeliano indica una cittadinanza, non un’etnia né una religione. In Israele la popolazione è composta per circa il 74% da ebrei e per circa il 21% da arabi, in larghissima maggioranza musulmani sunniti, oltre che da percentuali minori di drusi, cristiani e altre minoranze. L’ISTAT registra il passaporto, non la fede religiosa.
Chi sono dunque i cittadini israeliani che emigrano in Italia? La demografia è istruttiva. Gli ebrei sono storicamente il popolo che emigra verso Israele — è il principio fondante della Legge del Ritorno e del movimento sionista. Il fenomeno inverso esiste, ma è storicamente contenuto e socialmente stigmatizzato nella cultura ebraica israeliana. Tra gli israeliani che si trasferiscono all’estero vi è anche una presenza significativa di cittadini arabi israeliani, spesso mossi da ragioni economiche e sociali differenti rispetto a quelle della maggioranza ebraica. Non è un caso che molti arabi israeliani, una volta giunti in Italia, comincino a definirsi palestinesi, identità che qui acquista un particolare peso simbolico. Seppure i dati disaggregati per etnia sugli israeliani residenti in Italia non esistano, una conclusione appare evidente: non è possibile identificare automaticamente i 2.334 cittadini israeliani residenti nel nostro paese con una comunità esclusivamente ebraica.
Proviamo comunque a fare il confronto che i teorici della sostituzione sembrano avere in mente. Secondo la Fondazione ISMU, al 1° gennaio 2024 gli stranieri residenti in Italia di fede musulmana sono circa 1,6 milioni, pari a quasi il 30% dell’intera popolazione straniera nel paese. Se si includono i cittadini già naturalizzati italiani o di seconda generazione che si professano musulmani, la stima sale a circa 2,7 milioni, quasi il 5% della popolazione totale. La sola comunità marocchina conta 420.000 presenze; quella albanese 160.000; bengalese 150.000; pakistana 140.000. Il rapporto tra residenti di fede musulmana e residenti con passaporto israeliano è di 1.150 a 1. Se prendiamo invece i cristiani italiani — cattolici, ortodossi, protestanti, circa 36 milioni — il rapporto sale a 15.400 a 1. Sono cifre che non hanno bisogno di commento: la differenza di scala è tale da rendere il confronto aritmeticamente privo di senso.
Inoltre, come se la teoria della sostituzione etnica non fosse già abbastanza imbarazzante, gli stessi ambienti agitano lo spettro della colonizzazione del territorio italiano. E questo nonostante il termine colonizzazione abbia un significato preciso: implica infatti una logica di espansione territoriale supportata da uno Stato, da una struttura militare, da un sistema legale che garantisce ai coloni diritti negati agli autoctoni.
Applicare quella categoria a settanta famiglie che hanno acquistato, sul libero mercato e a prezzi concordati, case abbandonate sulle Alpi piemontesi, che hanno imparato o stanno imparando la lingua, pagano le tasse e portano bambini nelle scuole che fino a prima del loro arrivo erano vuote, è un’operazione semantica volta a produrre confusione e ad accrescere l’odio antisemita attraverso la paura. L’ebreo torna ad essere il nemico, l’untore, il capro espiatorio. Non importa quale sia il governo israeliano, neppure importa che le famiglie arrivate in Valsesia siano, per posizione politica dichiarata, critiche nei confronti del governo Netanyahu. Alcune sono partite proprio perché non condividono le scelte dell’esecutivo israeliano. Contro chi combatte, dunque, il movimento antisionista? Contro chi agita i suoi strali e minaccia pallottole? Un’idea ce l’abbiamo.
C’è un elemento che circola come prova del complotto: molti di questi professionisti stabilitisi in Valsesia continuano a lavorare in smart working per aziende israeliane. Questo è percepito come una forma occulta di penetrazione economica. In realtà è la dimostrazione del solito doppio standard con cui si valuta tutto ciò che ha a che fare con Israele. Un ingegnere che lavora da Varallo per una società di Tel Aviv è nella stessa condizione di un informatico indiano che lavora da Londra per una multinazionale americana, o di un grafico brasiliano che fattura da Berlino per un cliente di New York. La geografia del lavoro remoto è diventata la normalità per milioni di professionisti nel mondo occidentale. Trasformarla in indizio di colonialismo significa non aver capito né il colonialismo né il lavoro remoto.
Il geografo francese Yves Lacoste diceva che la geografia «serve prima di tutto a fare la guerra». Intendeva che la rappresentazione dello spazio è uno strumento di potere e che chi controlla quella rappresentazione controlla anche le emozioni che il territorio suscita. Chi ha imbucato quel proiettile e chi amplifica sui social la storia della “colonizzazione israeliana delle Alpi” opera esattamente su quel piano: usa una rappresentazione distorta e numericamente fantasiosa della geografia per produrre paura. La paura dello straniero, dell’invasore, del sostituto, dell’ebreo. I numeri, in questo senso, non sono solo statistiche. Sono la prima forma di resistenza all’irrazionale. Settanta famiglie in Valsesia su una popolazione di quasi sessanta milioni.
Chiunque sostenga che questi numeri configurino un piano di sostituzione etnica sta, nel senso più letterale dell’espressione, dando i numeri.

