La battaglia giudiziaria di Francesca Albanese negli Stati Uniti ha appena incontrato un ostacolo pesante. Una corte d’appello federale di Washington ha autorizzato il governo americano a mantenere in vigore le sanzioni contro la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi mentre prosegue l’esame del ricorso, ribaltando l’effetto pratico della decisione con cui un giudice di primo grado aveva temporaneamente bloccato le misure.
Il caso è delicato perché non riguarda soltanto Albanese, figura da tempo al centro di polemiche durissime per le sue prese di posizione su Israele, ma tocca un punto più ampio della politica estera americana: fino a che punto Washington può sanzionare cittadini stranieri accusati di sostenere iniziative della Corte penale internazionale contro cittadini statunitensi o alleati degli Stati Uniti.
Le sanzioni erano state imposte nel luglio 2025 dal segretario di Stato Marco Rubio in base all’Executive Order 14203, il decreto che autorizza misure contro cittadini stranieri coinvolti, secondo l’amministrazione americana, in attività della Corte penale internazionale dirette contro persone protette dagli Stati Uniti o dai loro alleati senza il consenso dei governi interessati. Nel caso di Albanese, l’accusa politica e giuridica riguarda il suo sostegno alle iniziative della Corte penale internazionale contro leader israeliani e, più in generale, contro soggetti israeliani e americani.
A maggio il giudice federale Richard Leon aveva dato ragione, almeno in via provvisoria, alla linea difensiva di Albanese e della sua famiglia, sostenendo che le sanzioni potevano aver violato la libertà di espressione garantita dal Primo Emendamento. Quella decisione aveva portato alla sua temporanea rimozione dalla lista dei soggetti sanzionati, anche se il Dipartimento di Stato aveva subito chiarito che la misura era soltanto un effetto tecnico dell’ordine del tribunale e che Washington avrebbe chiesto alla Corte d’appello di ripristinare le sanzioni.
Ora la Corte d’appello per il District of Columbia ha accolto la richiesta del governo, consentendo all’amministrazione di applicare nuovamente la designazione di Albanese come cittadina straniera sanzionata. La decisione non chiude il processo e non stabilisce ancora chi abbia ragione nel merito, però segnala che i giudici d’appello ritengono sufficientemente solide le argomentazioni del governo per mantenere le misure durante l’esame del caso.
Il passaggio più insidioso per Albanese riguarda il fondamento costituzionale della sua difesa. Due giudici del collegio, Gregory Katsas e Karen Henderson, hanno indicato nella loro opinione concorrente un dubbio decisivo: se una funzionaria internazionale straniera, residente e operante fuori dagli Stati Uniti, possa invocare il Primo Emendamento americano per contestare sanzioni decise da Washington. È un punto tecnico soltanto in apparenza, perché l’intero impianto della causa di Albanese poggia sull’idea che le misure americane puniscano le sue opinioni e quindi colpiscano la libertà di parola.
Per mesi Albanese e i suoi sostenitori hanno presentato il contenzioso come una vicenda lineare di libertà d’espressione. La Corte d’appello sembra invece spostare il baricentro della questione: prima ancora di stabilire se quelle sanzioni puniscano parole, opinioni o atti di cooperazione con la Corte penale internazionale, bisogna capire se Albanese possa davvero invocare una protezione costituzionale americana mentre agisce all’estero come funzionaria delle Nazioni Unite.
UN Watch, l’organizzazione ginevrina che da anni documenta e contesta le attività di Albanese, ha accolto la decisione come una conferma della fragilità della sua causa. L’organizzazione era intervenuta nel procedimento con una memoria amicus curiae, sostenendo che la relatrice Onu non si sarebbe limitata a esprimere opinioni, ma avrebbe usato il proprio mandato per favorire iniziative giudiziarie internazionali contro Israele e contro soggetti americani.
Resta naturalmente una battaglia aperta. La Corte d’appello dovrà pronunciarsi sul merito e il caso potrebbe continuare ancora a lungo. Ma il dato politico è già chiaro: la pretesa di trasformare Albanese in una vittima pura della censura americana ha subito un colpo serio. Se i giudici riterranno che il Primo Emendamento non protegge una funzionaria straniera che opera fuori dal territorio statunitense, la sua difesa perderà il pilastro su cui aveva costruito l’intera causa.

