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USA – Iran. Il tentativo di abbattere il regime degli ayatollah, ancora una volta, non è riuscito

È il momento che Europa e Gran Bretagna prendano un’iniziativa.

Lodovico Festa

Tempo di Lettura: 4 min
USA – Iran. Il tentativo di abbattere il regime degli ayatollah, ancora una volta, non è riuscito

La crisi aperta, innanzitutto nell’economia globale, dall’intervento americano-israeliano contro un regime di Teheran che accumulava uranio arricchito per preparare una bomba atomica mentre assassinava decine di migliaia di suoi giovani che chiedevano la libertà, sembra avviarsi a una conclusione, sia pure non proprio trionfale.

Dopo i tentativi falliti di Jimmy Carter, dopo l’idea di usare l’Irak per abbattere il regime degli ayatollah, dopo la disattenzione americana verso il regime iraniano durante la seconda guerra del Golfo (2003) e durante le cosiddette primavere arabe (2011), che diedero agli iraniani un’ampia egemonia sulla Mezzaluna fertile, l’obiettivo di dare un colpo definitivo al fondamentalismo islamico apocalittico-assassino, che ha le sue radici in Ruhollah Khomeini, non è ancora una volta riuscito: non si è trovata una via d’uscita dopo i primi devastanti colpi dati a Teheran, non si è trovato sufficiente sostegno politico per usare truppe di terra almeno nell’isola di Kharg e intorno ai siti di arricchimento dell’uranio. E si è consentito così di usare la strozzatura dello Stretto di Hormuz come strumento di ricatto rispetto all’economia globale.

Non è vero che Teheran esce rafforzata da questa vicenda: le basi dell’enorme protesta popolare si sono consolidate, Hamas ed Hezbollah sono sempre più deboli e isolati, gli Houthi si sono nascosti, la Cina ha imposto ai Pasdaran di trattare.

Il problema grave è che, simmetricamente, si è indebolita la leadership americana: sauditi e Stati del Golfo si sono sentiti messi da parte e, quando la flotta americana ha rinunciato a impegnarsi per aprire lo Stretto di Hormuz, non sono stati consultati da Washington; anche il coordinamento con Israele è stato unilateralmente affrettato; i rapporti con gli europei sono stati un disastro politico, l’India non è stata rassicurata. In questo quadro anche il decisivo (e alla fine utile) rapporto con Pechino ha dato l’idea di un’amministrazione americana politicamente improvvisata.

Oggi il problema non sarà tanto quello iraniano, quanto la tentazione di una parte degli Stati del Golfo di avere un rapporto preferenziale con la Turchia, con un rapporto sempre più debole con gli americani; e un altro problema sarà anche la possibilità data a Pechino (con il suo cosiddetto BRICS, l’associazione degli Stati del Global South) di tentare di logorare ulteriormente la leadership americana. Mentre la stessa India sembra oggi puntare maggiormente a un rapporto con l’Iran piuttosto che rilanciare il corridoio economico India–Medio Oriente–Mediterraneo (Imec).

È un processo che entusiasma alcuni sostenitori di un assetto multilaterale degli equilibri internazionali, non comprendendo come un simile processo determini un assetto instabile del pianeta con gravissimi rischi di nuove catastrofi: si consideri solo che cosa potrebbe avvenire nel caso in cui l’idea di Recep Erdogan di alimentare l’isolamento di Israele (come base di nuove aggressioni) prendesse piede.

L’Unione europea e la Gran Bretagna avrebbero in questo scenario un serio spazio di azione: innanzi tutto aiutando gli Stati del Golfo a dotarsi di un sistema di sicurezza che li proteggesse da Iran e fondamentalisti islamici, e permettesse una trattativa con Ankara non subalterna; insieme potrebbero consentire agli europei di essere garanti della difesa di Israele, aiutando a isolare le varie organizzazioni del fondamentalismo islamico e favorendo processi di statualizzazione delle comunità palestinesi dopo un processo analogo alla denazificazione della Germania post-1945.

Infine, su questa base si potrebbe rilanciare il partenariato economico tra India ed Europa che — non va dimenticato — fu bloccato un mese dopo essere stato annunciato, a causa della strage del 7 ottobre.

Un’iniziativa politica di questo tipo risponderebbe innanzi tutto all’analisi di Mario Draghi, che ha spiegato come saranno i “fatti” politici a preparare una nuova Europa, e non un astratto decollo di una nuova Europa a rendere possibili i fatti politici di cui lo scenario globale ha bisogno.