L’Università di Damasco è tornata a far parlare di sé fuori dai confini della Siria e lo ha fatto per una ragione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile. L’ateneo più antico e prestigioso del Paese ha mantenuto la posizione di università siriana meglio classificata nelle graduatorie internazionali del 2026, un risultato che viene accolto con prudenza ma che molti osservatori considerano il primo segnale concreto di una possibile ripresa del sistema accademico nazionale.
La notizia arriva in una fase di profonda trasformazione per la Siria, che sta cercando di uscire da oltre un decennio di guerra civile, crisi economica, isolamento internazionale e progressivo impoverimento delle proprie istituzioni. In questo contesto, il mondo universitario rappresenta uno dei settori in cui le ferite del conflitto appaiono ancora particolarmente evidenti. Laboratori obsoleti, infrastrutture danneggiate, scarsità di fondi, fuga di professori e ricercatori all’estero e limitate opportunità professionali per i laureati hanno inciso profondamente sulla qualità dell’insegnamento e della ricerca.
Per decenni l’Università di Damasco ha rappresentato uno dei principali centri accademici del Medio Oriente. Fondata all’inizio del Novecento, ha formato generazioni di medici, ingegneri, scienziati, giuristi e intellettuali che hanno avuto un ruolo importante sia all’interno della Siria sia in numerosi Paesi arabi. Con il passare degli anni, tuttavia, il divario rispetto alle grandi università internazionali si è progressivamente ampliato e l’esplosione della guerra nel 2011 ha aggravato ulteriormente la situazione.
Mohammad Suwaid, viceministro dell’Istruzione superiore e della ricerca scientifica per il settore privato, ha spiegato che il mantenimento della presenza dell’Università di Damasco in diverse classifiche internazionali riflette un miglioramento graduale di alcuni indicatori, tra cui la produzione scientifica, la presenza digitale e la cooperazione accademica con istituzioni straniere. Lo stesso Suwaid ha però sottolineato che le classifiche rappresentano soltanto uno degli elementi attraverso cui valutare la qualità di un’università e che la vera sfida consiste nel recuperare una presenza scientifica credibile a livello globale.
Dietro i numeri si nasconde però una realtà molto più complessa. Durante il lungo periodo di governo di Bashar al-Assad, il sistema universitario siriano è stato spesso criticato per il forte controllo politico esercitato nei campus, per le limitazioni alle attività indipendenti degli studenti e per episodi di repressione nei confronti di accademici e universitari accusati di dissenso. Organizzazioni per i diritti umani e numerose testimonianze hanno documentato arresti, espulsioni e procedimenti disciplinari che hanno contribuito a impoverire il dibattito culturale e scientifico.
A queste criticità si sono aggiunte accuse ricorrenti di corruzione amministrativa e accademica, comprese denunce relative a favoritismi, irregolarità negli esami e procedure poco trasparenti. Questioni che, secondo molti specialisti, hanno danneggiato la reputazione internazionale delle università siriane tanto quanto la devastazione materiale provocata dal conflitto.
Oggi il nuovo corso politico siriano cerca di trasmettere un messaggio diverso. Le autorità parlano di apertura accademica, aggiornamento dei programmi di studio, rafforzamento delle pubblicazioni scientifiche e rilancio delle collaborazioni con università straniere. Il sistema comprende attualmente undici università pubbliche, trentanove università private riconosciute e nove istituti superiori specializzati che servono complessivamente circa un milione e mezzo di studenti. Numeri importanti che mostrano l’ampiezza della sfida che attende il Paese.
Tra gli studenti prevale un cauto ottimismo. Mohammad al-Ahmad, studente di ingegneria informatica all’Università di Damasco, ritiene che il ritorno nelle classifiche internazionali contribuisca a restituire fiducia ai giovani siriani dopo anni in cui il sistema universitario nazionale sembrava scomparso dal panorama accademico globale. Aya al-Khatib, studentessa di medicina, osserva che una migliore reputazione internazionale può tradursi in maggiori opportunità di ricerca, borse di studio e specializzazione, purché sia accompagnata da investimenti concreti in laboratori, biblioteche e strutture didattiche.
Molti esperti concordano sul fatto che il futuro delle università siriane non dipenderà dalla posizione occupata in una classifica. La qualità della ricerca, la libertà accademica, la capacità di attrarre docenti qualificati, la modernizzazione dei programmi e il collegamento con il mercato del lavoro rappresentano fattori decisivi per valutare il successo della ricostruzione.
Per la Siria, il ritorno dell’Università di Damasco nei ranking internazionali costituisce dunque un segnale incoraggiante, ma il vero banco di prova sarà la capacità di trasformare quel riconoscimento simbolico in un cambiamento duraturo. Dopo anni di guerra e isolamento, le università del Paese si trovano davanti all’occasione di recuperare il ruolo che avevano esercitato per decenni come luoghi di conoscenza, innovazione e mobilità sociale. Il cammino resta lungo, ma per la prima volta dopo molto tempo il dibattito riguarda il futuro e non soltanto le macerie del passato.

