Per favore, ditemi che almeno si vergognano un po’. Non delle idee. Della smania. Perché ormai in Europa esiste una categoria politica che vive in uno stato di agitazione permanente: l’ansia di pronunciare la frase giusta davanti al pubblico giusto. La parola d’ordine del momento. Lo slogan che garantisce l’applauso del salotto, il like del militante, il sorriso del manifestante professionale.
Così anche una dirigente europea come Kaja Kallas finisce, secondo le ricostruzioni, a evocare l’apartheid per Israele. Non perché il paragone regga alla prova dei fatti. Non perché abbia un senso storico, ma semplicemente perché è la moneta corrente del conformismo internazionale.
L’apartheid è diventato il nuovo fascismo: una parola che non serve a capire ma a segnalare appartenenza. La pronunci e vieni accolto nel club delle persone moralmente corrette. Nessuno ti chiederà precisione, proporzione o conoscenza, è sufficiente la formula rituale.
È la politica ridotta a riflesso condizionato, il pensiero sostituito dal tifo e la diplomazia trasformata in casting.E la cosa più impressionante è l’assenza totale del senso della misura. Si accostano fenomeni storici diversissimi con la leggerezza di chi sceglie un hashtag. Si prendono tragedie reali e le si usa come accessorio retorico.Una volta i politici cercavano di apparire autorevoli, oggi cercano di apparire approvati.È un’ambizione decisamente più modesta ma anche più pericolosa.
Bidoni della spazzatura
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