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UK. Rivolta laburista sulla stretta ai migranti

La ministra dell’Interno Shabana Mahmood costretta a ridimensionare la riforma dei permessi di soggiorno. Salve le agevolazioni per centinaia di migliaia di lavoratori stranieri

Rosa Davanzo

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UK. Rivolta laburista sulla stretta ai migranti

Il governo britannico ha dovuto fare marcia indietro su uno dei punti più controversi della sua riforma dell’immigrazione. Dopo mesi di contestazioni interne al Partito laburista, la ministra dell’Interno Shabana Mahmood ha rinunciato a imporre a gran parte dei lavoratori stranieri impiegati nell’assistenza sanitaria e sociale un’attesa di quindici anni per ottenere la residenza permanente. La decisione, annunciata il 2 novembre alla Camera dei Comuni, rappresenta una significativa sconfitta politica per la ministra, che aveva fatto dell’inasprimento delle regole migratorie uno dei cardini della propria azione.

La concessione riguarda soprattutto gli immigrati arrivati nel Regno Unito tra il 2022 e il maggio 2025 per lavorare nell’assistenza agli anziani e alle persone fragili. Chi ha rispettato le condizioni del visto e percepisce almeno 25 mila sterline annue potrà continuare a chiedere la residenza permanente dopo cinque anni. Per gli altri è prevista la possibilità di ottenere un nuovo permesso quinquennale, durante il quale soddisfare i requisiti richiesti.

La riforma originaria avrebbe allungato drasticamente i tempi di attesa per centinaia di migliaia di persone, molte delle quali reclutate durante la crisi del personale seguita alla pandemia. Il sistema sanitario e assistenziale britannico aveva allora fatto largo ricorso alla manodopera straniera per colmare carenze strutturali che continuano a pesare sui servizi pubblici.

La protesta contro le nuove disposizioni ha coinvolto circa cento parlamentari laburisti, organizzazioni sindacali e importanti esponenti del governo. Tra i critici più influenti figura Angela Rayner, ministra per l’Edilizia abitativa, che aveva contestato soprattutto l’applicazione retroattiva delle restrizioni. Il sindacato Unison ha accolto favorevolmente il ripensamento, rivendicando il ruolo svolto nella mobilitazione.

La retromarcia lascia comunque in piedi una parte sostanziale della riforma. Per molti immigrati il periodo ordinario necessario a ottenere la residenza permanente passerà da cinque a dieci anni, mentre chi percepisce redditi elevati o svolge determinate professioni considerate essenziali potrà accedere a percorsi abbreviati. Secondo le stime governative, circa mezzo milione di persone subirà un allungamento dei tempi rispetto alle regole precedenti.

Mahmood difende il principio secondo cui il diritto a stabilirsi definitivamente nel Paese deve essere conquistato attraverso il lavoro, il rispetto delle leggi e il contributo alla società britannica. Ma il ridimensionamento del progetto ha aperto un nuovo fronte politico. I conservatori accusano il governo di aver ceduto all’ala sinistra laburista, mentre Nigel Farage, leader di Reform UK, considera la decisione il primo segnale di una capitolazione.

Al centro delle polemiche c’è anche il costo economico delle concessioni. La ministra aveva inizialmente prospettato un risparmio di dieci miliardi di sterline grazie alle restrizioni. Ora riconosce che i benefici per le finanze pubbliche saranno inferiori, pur sostenendo che ammonteranno ancora a diversi miliardi.

La vicenda mette in evidenza una contraddizione destinata a pesare sulla politica britannica. Il governo vuole dimostrare fermezza sull’immigrazione, sotto la pressione di un’opinione pubblica sempre più sensibile al tema, mentre interi settori dell’economia dipendono dal lavoro degli stranieri. La soluzione adottata da Mahmood cerca di conciliare queste esigenze, lasciando però insoddisfatti sia i sostenitori di una stretta generalizzata sia quanti temono che le nuove regole compromettano la stabilità di famiglie e lavoratori già integrati.

La prossima prova arriverà con l’attuazione delle disposizioni, prevista nel 2027. Per il governo sarà anche una verifica della propria capacità di tenere unito un Partito laburista profondamente diviso su una delle questioni più delicate della politica nazionale.