Home > Approfondimenti > Londra, espulso perché sionista

Londra, espulso perché sionista

Un comico ebreo escluso da un gruppo di scrittura per le sue idee su Israele. Il caso riapre il dibattito sull’antisemitismo negli ambienti culturali britannici

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Londra, espulso perché sionista

Per sei mesi Harry Deansway aveva frequentato senza problemi un gruppo di scrittura londinese. Poi, quando gli è stato chiesto che cosa pensasse di Israele, ha risposto di essere ebreo e sionista, precisando di sostenere anche i diritti dei palestinesi. È bastato per ritrovarsi fuori dall’Offbeat Writers’ Group, un laboratorio culturale del nord di Londra. La vicenda, denunciata dall’organizzazione UK Lawyers for Israel e raccontata dalla stampa britannica, ha assunto i contorni di un caso di discriminazione ideologica.

Deansway, il cui vero nome è Joshua Rinkoff, è un comico e autore che aveva partecipato regolarmente agli incontri del gruppo. Secondo la ricostruzione pubblicata da Jewish News, la responsabile Ruby Sullivan gli avrebbe spiegato che le sue convinzioni erano incompatibili con l’orientamento filopalestinese dell’associazione. Il comico aveva chiarito che per sionismo intendeva il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione nella propria terra storica, aggiungendo di opporsi alle azioni che provocano sofferenze ai civili palestinesi. La precisazione si è rivelata inutile.

Sullivan gli avrebbe risposto che quelle convinzioni sostenevano il massacro di un’intera popolazione, comunicandogli che nel gruppo non esisteva più spazio per lui. Avrebbe inoltre annunciato l’intenzione di introdurre una dichiarazione di principi contro l’apartheid alla quale i futuri partecipanti avrebbero dovuto aderire.

L’episodio solleva una questione che supera largamente le dimensioni di un laboratorio letterario. Chi stabilisce quali opinioni siano ammissibili in un ambiente culturale? E soprattutto, perché l’appartenenza al sionismo, movimento che precede di decenni la nascita dello Stato d’Israele e comprende tradizioni politiche profondamente differenti, dovrebbe comportare automaticamente l’adesione alle decisioni di un governo?

Il caso presenta un ulteriore elemento significativo. Secondo UK Lawyers for Israel, Sullivan avrebbe richiamato le persecuzioni storicamente subite dagli ebrei per sostenere che proprio quella esperienza avrebbe dovuto impedire loro di infliggere sofferenze ad altri. Un ragionamento che attribuisce a un singolo individuo responsabilità collettive e pretende dagli ebrei una particolare professione di innocenza prima di riconoscerne la legittimità delle opinioni.

La controversia ha avuto anche conseguenze professionali. Uno spettacolo letterario organizzato da Deansway per il 13 ottobre presso il Bar Gemišt è stato cancellato dopo il ritiro di Sullivan e di altri partecipanti. I responsabili del locale hanno respinto le accuse di discriminazione, spiegando che la decisione dipendeva dai cambiamenti intervenuti nel programma e da problemi di comunicazione. Hanno inoltre precisato che Deansway sarebbe rimasto il benvenuto.
UK Lawyers for Israel ha contestato l’esclusione dal gruppo, prospettando una possibile violazione dell’Equality Act del 2010, la legislazione britannica contro le discriminazioni. Si tratta, per il momento, di una contestazione legale e di una controversia pubblica, senza che sia stata accertata giudizialmente una responsabilità.

La vicenda si inserisce in un clima britannico sempre più preoccupante. Secondo i dati ufficiali diffusi in ottobre, tra aprile 2025 e marzo 2026 in Inghilterra e Galles sono stati registrati 3.162 reati d’odio contro gli ebrei, con un aumento del 10 per cento rispetto all’anno precedente. Gli ebrei risultano il gruppo religioso maggiormente colpito in rapporto alla popolazione.

Il problema riguarda ormai anche gli spazi nei quali dovrebbe essere più naturale convivere con idee differenti. Quando l’accesso a un gruppo artistico dipende dall’accettazione di una posizione politica prestabilita, la libertà culturale viene subordinata a un esame di conformità. E quando quell’esame riguarda specificamente il rapporto di un ebreo con Israele, il confine tra dissenso politico e discriminazione diventa particolarmente delicato.

Deansway aveva espresso una posizione che riconosceva contemporaneamente l’autodeterminazione ebraica e i diritti palestinesi. La sua esclusione, stando alle testimonianze pubblicate, dimostra quanto poco possa contare una simile distinzione in certi ambienti.

Resta una domanda per il mondo culturale britannico, e ormai per quello europeo. Quanti altri artisti ebrei finiranno per nascondere le proprie convinzioni, rinunciando a discuterle apertamente, pur di continuare a lavorare? È una forma di autocensura che rischia di lasciare segni ben più profondi del singolo episodio londinese.