Dalle strade di Londra ai quartieri finanziari di Amsterdam e Parigi, passando per una sinagoga della Macedonia del Nord, emerge il quadro di una campagna terroristica che secondo gli Stati Uniti sarebbe stata orchestrata da un comandante di una milizia sciita filo-iraniana con stretti legami con i Pasdaran. L’arresto e l’incriminazione di Mohammad Baqer Saad Dawood Al-Saadi, cittadino iracheno e iraniano di 32 anni, offrono uno sguardo inquietante sulla capacità dell’Iran e dei suoi alleati regionali di proiettare attività terroristiche ben oltre il Medio Oriente.
Il Dipartimento di Giustizia americano ha reso pubblica un’incriminazione composta da otto capi d’accusa nei confronti di Al-Saadi, arrestato all’inizio di maggio. Secondo i procuratori federali di Manhattan, l’uomo sarebbe un esponente operativo di Kataeb Hezbollah, una delle più potenti milizie sciite irachene sostenute da Teheran, e avrebbe agito in coordinamento con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana, i Pasdaran.
Le accuse sono pesantissime. Gli investigatori sostengono che Al-Saadi abbia partecipato o contribuito a organizzare quasi venti attentati o tentativi di attentato rivendicati da Harakat Ashab al-Yamin al-Islamiya, organizzazione inserita dagli Stati Uniti nell’universo delle milizie filo-iraniane attive nella regione.Tra gli episodi attribuiti alla rete figurano l’incendio doloso contro una sinagoga in Macedonia del Nord, l’accoltellamento di due ebrei avvenuto il mese scorso nel quartiere londinese di Golders Green, uno dei principali centri della vita ebraica britannica, l’attentato contro un edificio della Bank of New York Mellon ad Amsterdam e un attacco con esplosivi contro una sede della Bank of America a Parigi che sarebbe stato sventato prima della sua esecuzione.Se le accuse dovessero essere confermate in tribunale, Al-Saadi rischierebbe l’ergastolo.
L’inchiesta mostra anche il livello di integrazione tra le milizie sciite irachene e l’apparato strategico iraniano. Secondo gli investigatori americani, il materiale recuperato dal telefono dell’imputato conterrebbe conversazioni con membri di Kataeb Hezbollah, video degli attentati realizzati in Europa e fotografie che documenterebbero incontri con figure di primo piano dell’asse filo-iraniano. Tra queste compare anche Qassem Soleimani, il leggendario comandante della Forza Quds dei Pasdaran, ucciso dagli Stati Uniti a Baghdad nel gennaio 2020 e ancora oggi considerato l’architetto dell’espansione militare iraniana in Medio Oriente.
L’atto d’accusa descrive inoltre una strategia che andava oltre la semplice pianificazione di attentati. Al-Saadi avrebbe collaborato con dirigenti di Kataeb Hezbollah e con esponenti dei Pasdaran per costruire una vera e propria campagna di guerra psicologica destinata al pubblico occidentale. Video di propaganda, diffusione delle immagini degli attacchi e operazioni dimostrative contro obiettivi simbolici avrebbero avuto lo scopo di amplificare l’impatto politico delle azioni terroristiche e diffondere un senso di vulnerabilità nelle comunità ebraiche e nelle istituzioni occidentali.
La vicenda arriva in un momento di forte tensione tra Washington e Teheran. Negli ultimi anni le autorità americane hanno più volte denunciato tentativi iraniani di colpire dissidenti, cittadini statunitensi e obiettivi ebraici all’estero. Tuttavia il caso Al-Saadi sembra indicare qualcosa di ancora più strutturato: una rete transnazionale capace di operare contemporaneamente in diversi Paesi europei, con obiettivi scelti per il loro valore simbolico e mediatico.
Per Israele e per molte comunità ebraiche europee, l’inchiesta americana conferma una preoccupazione espressa da tempo. L’antisemitismo violento che colpisce le strade occidentali non nasce sempre da dinamiche locali o da iniziative individuali. In alcuni casi, dietro gli attacchi, emergono organizzazioni, finanziamenti e strategie che conducono direttamente all’universo delle milizie sostenute dalla Repubblica Islamica dell’Iran.

