Taybeh sta perdendo i suoi abitanti. L’ultimo villaggio palestinese della Cisgiordania la cui popolazione è interamente cristiana conta ormai circa 1.200 persone e, dal 7 ottobre 2023, una quindicina di famiglie ha scelto di andarsene. In una comunità così piccola ogni partenza pesa, perché significa una casa che si chiude, figli che cresceranno altrove e un altro frammento della presenza cristiana in Terra Santa che rischia di scomparire.
Taybeh si trova a nord-est di Ramallah ed è un luogo particolare anche per la sua storia religiosa. Qui convivono cattolici latini, greco-ortodossi e melchiti. La tradizione identifica il villaggio con l’antica Efraim ricordata nel Vangelo di Giovanni, dove Gesù si sarebbe ritirato prima di recarsi a Gerusalemme. Per secoli questa comunità è sopravvissuta a dominazioni, guerre e trasformazioni politiche. Oggi la minaccia più insidiosa è demografica: chi parte difficilmente torna.
A spingere le famiglie verso l’estero concorrono la crisi economica, le limitazioni alla circolazione e soprattutto un senso di insicurezza diventato più forte negli ultimi anni. Gli abitanti denunciano incursioni, intimidazioni, danneggiamenti e aggressioni da parte di gruppi di coloni estremisti. Nel luglio 2025 i patriarchi e i capi delle Chiese cristiane di Gerusalemme visitarono Taybeh dopo un incendio divampato nei pressi dell’antica chiesa di San Giorgio e del cimitero, denunciando pubblicamente il clima di violenza e chiedendo alle autorità israeliane una protezione più efficace.
È anche la storia di una frattura avvenuta nel corso di una generazione. Gli abitanti più anziani degli insediamenti israeliani vicini ricordano un tempo in cui si entrava a Taybeh per fare acquisti, riparare l’automobile o comprare qualcosa per i bambini. Persino il birrificio locale aveva ottenuto una certificazione kosher. Padre Jacques, uno dei responsabili della comunità cristiana, ricorda gli anni nei quali poteva raggiungere Giaffa in automobile e i rapporti quotidiani fra palestinesi e israeliani erano assai più frequenti. Le due intifade hanno progressivamente chiuso quello spazio di contatto; il 7 ottobre e la guerra successiva hanno reso la separazione ancora più profonda.
Nelle giovani generazioni degli avamposti e degli insediamenti circostanti è emersa intanto una visione molto diversa. Alcuni protagonisti del movimento delle colline considerano l’intera area parte di una battaglia territoriale nella quale la presenza palestinese viene percepita come una minaccia. Moriyah Shapira, residente ad Adei Ad, descrive apertamente l’obiettivo di consolidare la presenza ebraica sulle colline fino a quando, nelle sue parole, «l’intero spazio sarà ebraico». È una posizione che rende evidente quanto profondo sia ormai il fossato rispetto alla vecchia convivenza quotidiana ricordata dagli abitanti della zona.
La questione di Taybeh supera quindi le dimensioni di un villaggio. La popolazione cristiana palestinese rappresenta ormai una piccola minoranza e l’emigrazione continua a eroderla. La possibilità che comunità presenti da secoli nei luoghi in cui nacque il cristianesimo diventino progressivamente residuali preoccupa le Chiese, che hanno moltiplicato gli appelli perché siano garantite sicurezza, libertà di movimento e possibilità concrete di lavoro.
A Taybeh la battaglia decisiva si misura ormai anche con una domanda molto semplice: quanti giovani decideranno che vale ancora la pena costruire lì la propria vita. Ogni famiglia che se ne va rende più fragile quella successiva. E quando una comunità di dodici secoli comincia a contare le case vuote, il tempo diventa improvvisamente una risorsa scarsa.