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Quando perfino l’ONU documenta le torture di Hamas

Le esecuzioni pubbliche, le torture e il silenzio che circonda le vittime palestinesi di Gaza

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
Quando perfino l’ONU documenta le torture di Hamas

Ci sono notizie che fanno il giro del mondo in poche ore e notizie che sembrano destinate a vivere ai margini dell’informazione, anche quando provengono dalle stesse istituzioni che vengono normalmente considerate fonti autorevoli e incontestabili. È il caso del rapporto pubblicato nei giorni scorsi dalla Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi e Israele, un documento che contiene accuse pesantissime contro Hamas e le altre forze armate che controllano Gaza. Eppure la sua eco mediatica è stata sorprendentemente limitata.

Secondo il rapporto, tra l’agosto 2024 e il gennaio 2026 sono stati documentati 249 casi di esecuzioni extragiudiziali o violenze gravissime inflitte a palestinesi nella Striscia. Almeno 108 persone sono state uccise e altre 384 ferite. Le modalità descritte ricordano più i metodi delle organizzazioni criminali che quelli di un’autorità politica: esecuzioni pubbliche, colpi alle ginocchia per mutilare i sospettati, ossa spezzate con tubi metallici e blocchi di cemento, pestaggi collettivi, torture e umiliazioni pubbliche. La Commissione afferma che molti di questi episodi furono deliberatamente resi pubblici per terrorizzare la popolazione e scoraggiare qualsiasi forma di dissenso.

Le vittime erano accusate di collaborare con Israele, di aver rubato aiuti umanitari, di traffico di droga, di furto o semplicemente di appartenere a fazioni rivali. In almeno due occasioni undici uomini furono giustiziati pubblicamente nello stesso giorno. Secondo gli investigatori delle Nazioni Unite, questi atti potrebbero configurare crimini di guerra.

La parte forse più interessante del rapporto non riguarda soltanto la brutalità dei fatti, pur impressionante. Riguarda il soggetto che li denuncia. Da oltre vent’anni una parte consistente del mondo filoisraeliano considera gli organismi ONU profondamente ostili a Israele. Negli ultimi mesi le stesse Nazioni Unite hanno accusato Israele di gravi violazioni del diritto internazionale, hanno denunciato la situazione umanitaria di Gaza e hanno pubblicato rapporti durissimi sulle violenze dei coloni in Cisgiordania. Nessuno può dunque sostenere che la Commissione sia stata indulgente verso Gerusalemme.

Proprio per questo il documento assume un peso particolare. Non si tratta di una denuncia proveniente da un think tank israeliano, da un’organizzazione ebraica o da un governo occidentale. È la stessa struttura investigativa delle Nazioni Unite a certificare che Hamas ha utilizzato sistematicamente il terrore contro la propria popolazione.

Il rapporto aggiunge un elemento che spesso scompare dal dibattito pubblico occidentale. I palestinesi di Gaza non sono stati soltanto vittime della guerra tra Israele e Hamas. Molti di loro sono stati anche vittime di Hamas stessa. Le Nazioni Unite descrivono una popolazione stretta tra la devastazione della guerra e un sistema di repressione interna fondato sulla paura, sulle punizioni esemplari e sulla violenza arbitraria.

Chi segue da anni la vicenda di Gaza sa che queste pratiche non rappresentano una novità. Già durante gli scontri tra Hamas e Fatah nel 2007 furono registrate numerose esecuzioni sommarie. Nel 2008-2009 e poi durante la guerra del 2014 le organizzazioni internazionali documentarono l’uccisione di presunti collaboratori senza alcun processo. Il nuovo rapporto suggerisce che quel sistema repressivo non soltanto è sopravvissuto, ma si è ulteriormente consolidato durante la guerra iniziata dopo il 7 ottobre.

Resta una domanda scomoda. Per quale motivo ogni denuncia contro Israele genera dibattiti, titoli, talk show e campagne internazionali, mentre le torture e le esecuzioni compiute da Hamas contro palestinesi attirano un’attenzione molto più limitata? La risposta probabilmente non è semplice. Una parte dell’opinione pubblica occidentale continua a leggere il conflitto attraverso uno schema rigido, nel quale esistono soltanto oppressori e oppressi. Dentro questo schema Hamas viene spesso osservata quasi esclusivamente come forza di resistenza contro Israele. Tutto ciò che riguarda il suo carattere totalitario, la sua repressione interna e la sua violenza contro gli stessi palestinesi finisce inevitabilmente in secondo piano.

Eppure questo rapporto delle Nazioni Unite ricorda una verità elementare. Hamas non è soltanto il nemico di Israele. È stata, ed è, anche una minaccia per molti palestinesi. Ignorarlo significa comprendere meno Gaza, meno il conflitto e meno la tragedia di chi continua a viverci.